Il libro di Bert Treffers “Montalcino, una passione”

Bert Treffers, storico dell'arte olandese, nella Fiaschetteria di MontalcinoEra il 1968 quando Bert Treffers giunse per la prima volta a Montalcino e, semplicemente, se ne innamorò, tanto da sceglierla come residenza per lunghi periodi. Mezzo secolo dopo, lo storico dell’arte olandese, massimo esperto di Caravaggio, ha voluto condividere i ricordi nella città del Brunello, diventata nel frattempo sua residenza per lunghi periodi, dedicando un testo a tutti i suoi amici montalcinesi e a Montalcino. Si intitola “Montalcino, una passione” (Effigi editore). 60 pagine in cui Treffers ripercorre quello che lui definisce “luogo dell’anima”, tra le strade, le piazze, i negozi, le abitudini e l’atteggiarsi della gente di Montalcino. Ecco alcuni estratti della pubblicazione.

All’inizio del libro lo storico nativo di Amsterdam ricorda la prima volta in cui capitò a Montalcino. Una gita a Firenze, Siena, Montepulciano e Pienza per poi prendere la Cassia “con i suoi tornanti che ad alcuni di noi dava il mal d’auto - si legge nel volume - così che siamo stati costretti a fermarci a Torrenieri e poi abbiamo preso la strada per Montalcino. Siamo saliti per poi, al bivio, andare a sinistra sulla strada di mezzo per arrivare a Sant’Antimo. Fu uno shock. Non c’era nessuno, non c’era neanche un turista, solo noi in una Toscana fuori mondo e fuori tempo. Una banda di incoscienti adolescenti si trovava davanti ad un passato ancora intatto la cui magia prendeva possesso di tutti noi. Questa Toscana sembrava ancora inesplorata, ignota, e letteralmente isolata, cioè una vera isola in un placido mare di silenzio totale in cui ognuno sentiva solo il proprio respiro che animava l’aria ancora calda di una estate già al declino per cedere ad un autunno già maturando. La pietra sembrava fatta di luce, la sostanza sembrava aver perso la sua materialità per illuminarsi dal di dentro e diventare la promessa di un’idea di sé che si era dimenticata e sparita col passare del tempo. Sconvolti siamo saliti sul bus per riprendere la breve salita e poi per andare a Montalcino per riprendere fiato. Lì c’era la Fortezza, in cui (…) si erano nel Cinquecento ritirati dei vecchi testardi senesi in difesa di una loro repubblica già marcia da tempo”.

“Ci torno, pensavo, ci torno, tornerò sicuramente a Montalcino - continua Treffers - e ci sono tornato l’anno dopo e quando tornavo a Montalcino sentivo un non so che di emozione non solo in me ma nell’aria che ci respiravo incosciente che mi rivelava qualcosa dentro di me che avevo cercato e non trovato ancora. E quando dissi: eccomi, ecco che sono tornato, tornerà non solo quest’anno ma anche l’anno che viene: e eccomi, sono tornato davvero tutti questi cinquant’anni che sono ora passati dopo quel primo impatto che mi ha fatto cambiare in chi sono diventato quasi senza cambiarmi. Ho detto che il tempo passa e ora che è passato vorrei che rimanesse così come era quando passava allora. Montalcino mi era ormai diventato una necessità e cominciava sempre di più a stabilirsi in me come un punto di riferimento in una vita che fino a ieri correva fino a quando mi sentivo finalmente a casa. Quel gioco di orizzonti da unificare dentro di me, era diventato come un canto fermo che mi aveva stregato molto (…). Era stato l’inizio di un viaggio che è durato un mezzo secolo per arrivare dove sto oggi: quel viaggio che era anche un viaggio compiuto in me, aveva avuto inizio nell’Abbazia della terra di un Montalcino che aveva preso possesso di me e da cui non riuscivo più ad allontanarmi. E quando sono tornato mi è stato sempre più chiaro che in fondo non l’avevo lasciato: era sparito in apparenza, mi ero allontanato fisicamente da un paese che era orami parte di un me stesso che avevo visto riflesso in uno specchio profondo quanto profondi sono gli specchi della Fiaschetteria di mille ottocento ottanta e otto”.

L’autore poi cita Camigliano, in festa per la sua Sagra del Galletto. “Ci siamo andati in quattro, e lì abbiamo mangiato e anche bevuto e chiacchierato seduti in una tenda tipo gazebo. Il vino prendeva fuoco nei bicchieri non ancora alzati per brindare a noi e ognuno di noi anche a se stesso nell’ascolto di una musica di fisarmonica di vecchi tempi sempre ancora vivace nonostante la sua età di trenta, quaranta, cinquant’anni e anche molti anni di più, che faceva girare la gente attorno a sé come se fossero su una giostra con i suoi animali di legno e le barche e vetture dipinte e ridipinte fino che si fermavano per eccesso d’età”.

“Quando vi invito a visitarmi a casa mia in via Moglio numero 3 - scrive Treffers - posso garantirvi che entrate in una casa museo piena di roba da ricordare (…). L’ho descritto altrove per dimostrare come la mia vita è sempre stata legata a Montalcino”.

Immancabile il ricordo di Giuseppe Sanfilippo, “Pino per tutti”. “Seduto in piazza tra voi che siete passati non so quante volte in un Montalcino forse diverso ma sempre uguale a quel paese che appartiene a nostri cari amati defunti concittadini sepolti poco lontani da noi e che si conserva inalterato nei nostri ricordi già vachi. Ora che mi ricordo anche qualcuno che si è assentato da tempo, vedo come passa la sua ombra. Pino dico, è Pino! E quando lo dico, Pino scende di nuovo come scendeva allora dalla rampa o ci risale verso piazza Padella. Non  mi sembra molto cambiato: è sempre quello che fu e sono sicuro che non può che rimanere se stesso: solo noi siamo sotto l’effetto del tempo che passa e ci corrode. È vero che l’ombra che vedevo andare su e giù, getta una luce un po’ deviante su di me; so troppo bene che può sembrare pura follia parlarne così, ma quando non sono a Montalcino ma lontano nel mondo lontano e lontanissimo Nord oltre le Alpi, e mi vedo guardarmi con occhi chiusi”.

“C’era una volta Adelmo (…) che non aveva la stoffa di un soldato guerriero e invasore venuto dal Nord per impadronirsi di un Sud da sognare. Lo vedo di nuovo lassù al Bar del Giardino e anche al Moro e lo vedo più basso ancora di prima, ma non si doveva misurarlo per capire la sua statura. La sua vita consisteva ad andare dal magazzino al Bar del Prato, portava dell’acqua al bar per ritornare al magazzino per portare al bar altra roba da bere; c’era ogni tanto all’improvviso una sorella che spariva sempre subito dopo che era apparsa e mangiava spesso anch’essa al Moro nella prima sala prima che io mi trasferissi alla Sala dei Vip. Adelmo non c’era mai come si dice tra noi, era solo e come confinato in un mondo diverso dal nostro a cui nessuno di noi aveva accesso. Aveva sassi nella testa, mi disse qualcuno che era ben informato dei fatti montalcinesi ma qui dovevo dare forfait”.

“All’epicentro del gruppetto c’era “il nostro caro Tonino Guerrini il Maestro di scuola amato da tutti suoi allievi e ex-allievi. Non so quante volte c’era il dottor Farnetani, l’altro Tonino che per non so quanti anni penzolava tra Montalcino e Montepulciano o meglio Nottola per lavorarci nell’ospedale laggiù rinomato”.

Bert Treffers cita anche Adriana Burgassi, montalcinese che raggiunse una certa celebrità negli anni Quaranta, con apparizioni anche in Rai. “Il mondo del canto non classico ma proprio profano fu rappresentato da una cantante che da anni non cantava che in silenzio. Me la ricordo seduta per l’ultima volta accanto a me al Moro. Era l’ora del Pranzo. Entrava quando io ero già seduto nel mezzo della prima sala; la riconobbi e dissi a voce bassa: Adriana e più forte buon giorno e come va. Parlavo di miti ed eccola qua: il suo nome da imperatore romano in versione femminile sembrava una tromba rotta (…). Sembrava una piccola diva di un discreto successo che non può durare a lungo e che viveva il suo pur breve momento di gloria quando cantava sotto la direzione del maestro Ferrari durante una trasmissione R.A.I. (…) Anni dopo l’ho sentita cantare su un piccolo disco a casa della sua amica Orietta di cui non so se sia stata una vera amica o solo una amica d’occasione che aveva tenuto dopo aver smesso di cantare le sue canzoni dolciastre. Questa piccola donna molto attiva se non addirittura briosa, faceva la sarta come il padre di Tonino e Mauro, il suo fratello minore e che aveva fatto il sarto in un Montalcino in anni lontani per me. So quanto mi manca per chiamarmi montalcinese e lo confesso nella speranza di essere perdonato per queste lacune nella mia memoria in cui negli anni passati ho provato a collezionare delle cose di un passato da ricordare come ancora presente. Ma posso dire che almeno l’ho sentita cantare una volta su quel piccolo disco, una volta alla moda, di quarantacinque giri che ruotava così veloce che quella canzone non più cantata durava ben poco. Ma mi ricordo quel timbro di voce che non si fece sentire più per qualche disastro di cui nessuno parlava: sembrava la voce di un usignolo timido e già zittito qualche serata perduta. L’ultima volta che ho visto quella cantante di una volta, mi stava quasi vicina: era, dunque, entrata nel Moro dove io stavo seduto contento di essere non solo ritornato ma essere ritornato al Moro: lei si sedeva alla piccola tavola accanto e appena seduta mi disse: È meglio essere morta. Cari amici, potete capire che la volevo ammazzare! Stavo mangiando il mio piatto favorito nel mio ristorante favorito nel mio paese non soltanto favorito ma proprio amato come erano amate le da me tanto amate tagliatelle al ragù e vendendo il mio vino tanto amato dalla bottiglia di Rosso di Montalcino che Roberto aveva piantato davanti a me dicendo ecco la benzina ma lei, lei che non cantava più, voleva morire! Ammazzatela, pensavo, per favore fatemi questo piacere! Mi aveva reso amaro il vino, mi aveva avvelenato la pasta, mi aveva distrutto la mia gioia di essere qui, tornato, e quanto mi sono alzato sono andato senza dirle una parola perché lei voleva morire e non lo faceva! Non ero io in colpa della sua misera disperazione di cantante mancata. Sono fuggito, sono corso sul corso alla Fiaschetteria, ho preso un bicchiere di vino, ho salutato delle persone di cui non sapevo neanche il nome e mi dicevo ecco mi qua, sono vivo più vivo che mai, sono felice, ma tu, Adriana, vai dove ti pare, non ti darò neanche l’addio, non voglio neanche sentirti cantare di disperazione le tue lamentele perché io, io sono tornato a Montalcino per festeggiare che è passato un mezzo secolo che sono venuto per fermarmi non solo tra ma con quei cittadini montalcinesi non solo doc ma docg”.

Un riferimento anche a Memmo il barbiere. “C’era Memmo che mi tagliava una volta all’anno i capelli ma anche lui chiudeva bottega. Mi ricordo come una volta aveva portato la mamma che amava troppo il vino e le disse: no mamma, no! E respingeva con determinazione il bicchiere già mezzo vuoto o mezzo pieno così che lei divenne ancora per anni una bevitrice astemia forzata. Ora anche Memmo sta a riposo forzato e vive nella penombra la sua ancora da terminare vita montalcinese troppo anziano per bere. L’ho visitato; stava seduto in un angolo perduto della casa di riposo dove l’unica attività era quella degli infermieri che corrono armati di cocktail di medicinali avanti e indietro. Il vino, chiedevo, il vino? Poco e male, mi disse e mentre lo diceva guardava nel nulla dove altre donne anziane si erano isolate da anni. Perché non bevono più, mi chiedevo; avevano passato anni davanti alla televisione e ascoltato quel comico gridare solo una parola che sento ancora ferirmi l’udito: allegria e allegria, sempre quella unica spietata parola di allegria ma ora non c’è nessuno che versi del vino nei bicchieri d’acqua neanche frizzante o a pranzo o a cena o in qualsiasi altro momento del giorno o della sera”.

“La musica è cambiata - conclude Bert Treffers - ma se mi chiedeste se il mondo sia cambiato in tutti i cinquant’anni che sono stato a Montalcino, devo dire non so, non so se sia cambiato qualcosa dentro di me. Non che sia sempre rimasto chi sono stato allora, ma c’è qualcosa che mi sfugge quando tiro fuori i miei ricordi che sono diventati cioè immagini fisse, delle foto che sono cambiate si, di colore, ma anche frammenti di un passato che non cambierà più”.

Focus: chi è Bert Treffers

Assuefatto fin dall’adolescenza ai viaggi in Italia, giovane ordinario di storia dell’arte italiana presso l’Università di Nimega, Treffers avviava i suoi soggiorni a Firenze, Napoli e Roma fino a stabilirsi per 10 anni in quest’ultima città in qualità di funzionario dell’Istituto Olandese (istituto Reale Neerlandese). Al fianco degli studi cui si dedica tutt’oggi, egli ha sempre tenute vive le esigenze dettate dal cuore. È nell’amore per l’Italia che trovava spazio sempre più largo l’amore, una passione come lui dice, per Montalcino, tanto da sceglierla ormai da decenni come residenza per lunghi periodi.

 

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