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28 Maggio 2025 Pardo Carli, un eroe di Montalcino morto per la libertà
Una storia di coraggio, di eroismo, di amore per la libertà; ma anche di sofferenza e di dolore, sensazioni purtroppo all’ordine del giorno quando c’è una guerra. Eppure la figura di Pardo Carli, giovane partigiano di Montalcino, che perse la vita appena maggiorenne, nel giugno del 1944, per mano dei nazisti, rievoca con grande forza quello slancio giovanile diretto a ricercare un futuro migliore, e libero, per sé e per i propri cari. Per questo la MontalcinoNews ha deciso di raccontare la sua storia attraverso un testo che Sonia Faneschi, nipote di Pardo Carli, ha scritto e ha letto in occasione dello scorso 25 aprile.
Il testo integrale di Sonia Faneschi che racconta la storia di Pardo Carli:
E’ questa una vicenda accaduta, nel lontano 1944, ad un mio giovane zio fratello della mia mamma. E’ una storia come tante altre, frutto di una guerra atroce e sanguinaria come sono tutte le guerre. Tante furono le persone innocenti uccise per liberare il nostro Paese dai nazifascisti; a loro dobbiamo devozione e riconoscenza. Non ho attraversato fortunatamente questo periodo, sono nata nel 1948, ma ho vissuto questa vicenda attraverso i racconti di mamma e con lei sono cresciuta e ho maturato le mie idee.
Mio zio si chiamava Pardo Carli, figlio di Antonio e di Maria Orcini, piemontese, nato a Montalcino il 26 giugno 1926. Aveva due sorelle: Sela, la maggiore, e mamma Idria.
Era l’unico maschio ed era cresciuto ed era vissuto sempre a Montalcino.
Quando crebbe, poiché era l’unico maschio della famiglia, fu mandato a studiare a Siena, dove prese il diploma di disegnatore meccanico.
Finiti gli studi trovò lavoro alla Piaggio di Pontedera. Si licenziò quasi subito, perché si rese conto che, nella fabbrica, stavano costruendo bombardieri P.108 per la Regia Aeronautica. La fabbrica, in seguito, agli inizi del ’44, fu bombardata dagli alleati.
Mio zio allora, tornò a Montalcino; non aveva ancora 18 anni. Come tanti giovani, sia per spirito di avventura, sia perché maturò in lui il desiderio di aiutare il suo Paese, “si dette alla macchia”. Era il maggio del 1944, insieme a zio c’erano altri giovani tra cui Quintilio Donati di Montalcino, di 19 anni.
Si arruolarono, come partigiani, nella Brigata Garibaldi “Spartaco Lavagnini” e il suo nome di battaglia era “Tempesta”. La vita dei partigiani era piena di insidie, fatta di fame, solitudine e paura. In quei momenti così rischiosi per tutti, i contadini ebbero una grande rilevanza. Rischiavano, infatti, la vita per accogliere, sfamare e nascondere i partigiani. C’erano continui rastrellamenti e spiate.
Zio con gli altri giovani presidiava la ferrovia a Pian delle Vigne, per evitare che i tedeschi se ne appropriassero. Il 24 giugno, per una spiata, sembra, di un certo Andrea Proto, che si trovava con lo zio Pardo, con altri cinque amici e compagni fu catturato dai tedeschi in località Campolungo. Proto fu l’unico ad essere liberato…
Gli altri ragazzi erano:
Quintilio Donati di Montalcino
Renato Vagaggini di Vivo d’Orcia
Leopoldo Benocci di Murlo
Danilo Nocentini di Siena
Francesco Alì di Agrineto
Legati e trasportati a Siena, subirono un processo farsa, com’erano i processi in quei tempi bui. Da Siena, poi, legati, picchiati e seviziati furono trasferiti a Firenze. Quattro interminabili giorni, in mano ai tedeschi, chissà…e qui non aggiungo altro.
Il 28 giugno, dopo varie peregrinazioni in luoghi diversi, per trovare posto dove fucilarli, come risulta dai verbali, furono condotti umiliati e percossi, a Villa Dani, Cinque Vie, Ponte a Ema. Lì, alle ore 15.20, finì il loro lungo calvario.
Furono fucilati da quattro tedeschi davanti al muro della villa con colpi al viso e alla testa. Tutti ebbero il colpo di grazia tranne zio, al quale fu risparmiato questo vile atto e questa ultima offesa.
A Montalcino, intanto, il 27 giugno si festeggiava con canti e balli la Liberazione. Passarono due lunghissimi anni. Le famiglie non sapevano più niente dei loro cari, come se fossero spariti nel nulla.
Un giorno, per caso, su un treno che da Firenze portava a Siena, una signora di Ponte a Ema, Evelina Misuri, parlando nello scompartimento del treno, raccontò come testimone oculare insieme alla figlia Raissa, che aveva 9 anni, e ad altri abitanti della zona, di aver visto passare sei giovani ragazzi sconosciuti che venivano dalle parti di Siena, legati tre a tre, preceduti e seguiti da un gruppo di tedeschi che li maltrattavano e li picchiavano. Sentì le mitragliate e li vide poco dopo che erano stati uccisi; nessuno poté fare nulla. I loro poveri corpi erano sdraiati sull’erba.
Dal libro “Evelina”:
“Correva don Fosco, correva
Veniva giù saltando di balzo in balzo tenendosi la tonaca raccolta intorno ai fianchi, tanto c’erano i calzoni, correva in direzione delle Cinque Vie perché lì, i tedeschi, avevano fatto una strage.
L’avevano chiamato: venga priore, venga a vedere icche gli è successo.
Era successo che i tedeschi avevano ammazzato sei ragazzi e poi se n’erano andati dicendo: chiamate il prete.
E il prete era lui.
Correva don Fosco, correva alla fine di giugno del ’44, quando l’esercito di Hitler era in ritirata ed era incominciato il lungo periodo delle stragi.
Correva e diceva: no, no, mio Dio, no, come se fosse stata una preghiera, una litania, perché era difensore e protettore di quel posto, perché quella era la terra della sua parrocchia.
E invece glieli avevano ammazzati.
E ora lui era lì davanti a loro, pietrificato, a guardare quei corpi che non avevano più vita.
Non li conosceva, ma a dire il vero in quel momento non riconosceva più nessuno, nemmeno quel ragazzo che era corso a chiamarlo, nemmeno sua madre che viveva con lui e nemmeno quel posto di povera gente, costruito vicino a un torrente. Era un uomo sconvolto”.
Il signor Vagaggini, del Vivo d’Orcia, che aveva un nipote disperso, si fece raccontare per filo e per segno quello che la Signora aveva visto. Evelina, questo il suo nome, lasciò l’indirizzo della sua abitazione.
Mio nonno, che sapeva leggere e scrivere, si dette subito da fare; contattò i familiari dei ragazzi ed insieme cominciarono le ricerche presso di tribunali di Firenze e di Siena. Nell’aprile del 1947, erano passati quasi tre anni, furono convocati dal Tribunale Militare di Firenze, per il riconoscimento delle foto dei loro figli.
Li riconobbero dai logori vestiti che indossavano. Di ciascuno di loro era stata presa l’altezza, il numero dei denti, il taglio dei capelli, ed il loro colore.
L’unica cosa che mancava era il nome. I padri scoprirono che i loro amati figli erano sepolti nel Cimitero di Trespiano, muniti dei conforti religiosi.
Fu impartita anche loro l’assoluzione. Don Fosco Martinelli, il primo che li vide, non li abbandonò mai. Stette con loro fino alle 23, momento in cui furono sepolti.
Lui, insieme agli abitanti del luogo, fu testimone oculare.
Verso la fine del 1947, i corpi, ormai ossa, furono riesumati.
Ognuno prese la strada per tornare a casa. Solo Alì di Agrigento restò a Firenze; riposa a Trespiano.
Zio Pardo e Quintilio furono riportati a Montalcino, non nelle cassettine dell’esercito, ma in delle bare grandi; per i genitori erano sempre i corpi dei loro figli. Il Corteo con le due bare percorse le strade del paese, imbandierate a festa. Si dice che fossero presenti migliaia di persone; dalle finestre venivano gettati fiori e foglietti con su scritto viva i partigiani. Con i genitori ed i parenti, in prima fila, c’era Evelina con Raissa e tutta la famiglia Misuri. Fu un giorno di lutto ma allo stesso tempo di “gioia” perché questi due cari figli avevano fatto ritorno a casa.
Ora riposano nella cappella dedicata ai Caduti di Montalcino.
Nel 2010, Maria Pagnini, una studiosa della Resistenza, scrisse un libro su questa storia che si intitola “Evelina: una via crucis di 3333 passi” quanti intercorrevano dalla sua abitazione in via Fortini fino al luogo della fucilazione (Villa Dani).
Il libro, documentato nei minimi particolari, fu presentato a Montalcino, nel Teatro degli Astrusi, il 16 aprile 2011 davanti a un folto pubblico.
Era presente anche Raissa, la bambina di nove anni che oggi ne ha 89 e ha scolpito nella mente il ricordo di questa vicenda.
Per quanto mi riguarda è come se questo zio-bambino lo avessi sempre conosciuto: è come un caro nipote. Ora sono anziana, ma lui resterà sempre giovane, con le speranze dei suoi diciotto anni.
Sono pochi diciotto anni e due giorni per morire ma quando si combatte per degli ideali non si è mai troppo giovani.
Nonostante tutto i nostri cari hanno insegnato a noi nipoti a non odiare nessuno.
Le “persone vanno rispettate proprio perché persone, indipendentemente dalle idee”.
Zia Sela tenne la corrispondenza con Andrea Proto che non parlò per anni di questa vicenda: evidentemente non aveva la coscienza pulita, anzi…
Mamma Idria aiutava i partigiani con ogni mezzo. Lei con nonno andò a trovare zio nei boschi. Riuscì a vederlo e ad abbracciarlo per l’ultima volta.
Nonna Maria lo rivide soltanto alla fine del 1947, quando finalmente tornò a casa.
Non partecipò ai funerali.
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