categoria:
Cultura & Paesaggi
-
2 Settembre 2025 La storia della Val d’Orcia raccontata da Alfio Cortonesi
La Val d’Orcia, con i suoi paesaggi colmi di meraviglie, i suoi campi ricchi di prodotti tipici, e con le sue vigne, dove nasce l’uva del Brunello, eccellenza mondiale del territorio di Montalcino, ha festeggiato i 20 anni dall’inserimento nella lista dei luoghi Patrimonio Mondiale Unesco, una ricorrenza speciale, che è stata celebrata nel corso dell’edizione 2025 del “Premio Città di Montalcino”, che si è tenuta domenica scorsa presso il Chiostro di Sant’Agostino, attraverso un discorso del professor Alfio Cortonesi, medievista studioso di storia agraria di Montalcino, professore dell’Università della Tusciache la MontalcinoNews ha deciso di pubblicare, come preludio all’intervista video al professore, per fare il punto sull’edizione n. 26 del Laboratorio di Storia agraria, che uscirà domani sui canali della MontalcinoNews.
Focus: il discorso del professor Alfio Cortonesi
“Sospesa fra Amiata, Maremma e campagne senesi, mondi dal differente profilo ambientale, agrario, insediativo, la Val d’Orcia è storicamente terra di confine: per secoli le sue rocche e i suoi castelli hanno vigilato per la Repubblica di Siena, poi per il Granducato di Toscana, sull’inquietudine di numerosi signori e di uno Stato, quello della Chiesa, le cui propaggini spoglie, popolate di pastori, contadini e banditi, giungevano a un tiro di sasso dalle mura di Radicofani, Pienza e Contignano”.
“Delle terre di confine la Val d’Orcia conserva ancor oggi i tratti aspri e ad un tempo inafferrabili, la capacità di catturare per sempre l’animo che non scivola sulle cose. Agli occhi del visitatore offre un paesaggio cangiante nella sorprendente molteplicità delle forme. In buona parte punteggiato di cupole e mammelloni cretacei, di balze repentine e di calanchi, esso si mostra, dove i poggi divengono più scoscesi e le argille più dure e compatte, sterile e brullo. Altrove, in presenza di ondulazioni più morbide o di esigui pianori, compare la vegetazione (soprattutto la sulla, le tamerici e le ginestre, che meglio si adattano all’alcalinità dei suoli) e si affermano le colture erbacee: è questa la Val d’Orcia dei campi di grano, il cui colore, mutevole nel susseguirsi delle stagioni (grigio, poi verde, poi giallo), dà luogo ad alternanze che difficilmente si dimenticano. Dove, infine, la creta si fa meno invadente -come pure nei fertili terreni di fondovalle- entrano in scena senza timidezze le colture legnose, la vite e l’olivo, che per ampi tratti segnano con evidenza il quadro della produzione agricola, componendo geometrie a diversa gradazione di verde”.
“Nonostante l’ipoteca che l’ambiente cretaceo ha posto nel tempo sullo sviluppo dell’economia rurale valdorciana, il paesaggio che oggi ci sta dinanzi risulta largamente modellato e ‘costruito’ dall’intervento dell’uomo. Esso è il frutto, cioè, di una vicenda plurisecolare che ha avuto come protagonista il lavoro oscuro e sapiente di generazioni di contadini, avvicendatisi su una terra difficile, cui hanno pagato con la fatica quotidiana il prezzo di una sussistenza stentata. E proprio questo volle sottolineare uno dei maggiori storici della Toscana e dell’Italia medievale, Giovanni Cherubini, una quarantina di anni fa (1988), concludendo a Pienza quello che fu il primo convegno di storia valdorciana (e che resta finora il solo): “Un’aura di passato aleggia su queste aperte e spesso argillose e ingrate colline, con i loro ampi panorami, particolarmente nitidi in certe giornate di settembre, e i loro silenzi”.
“Sono ormai diversi decenni che il podere ha perduto, in Val d’Orcia come altrove, la sua originaria funzione economica e sociale. Si è con ciò definitivamente chiusa un’epoca, quella della mezzadria, appunto, che ha informato delle sue dinamiche la vita e i destini di tante comunità rurali e di altrettanti territori, senza interruzione, dal medioevo alla seconda metà del XX secolo. A noi che di tale conclusione siamo stati i testimoni -non sempre, invero, adeguatamente coscienti- resta affidata la sua eredità, fatta di memorie, di cultura, di edifici, di paesaggi. E’ un’eredità fragile e preziosa, che chi viva responsabilmente i nostri tempi non può non sforzarsi di tutelare e valorizzare, per quanto in essa -e sono convinto sia molto- può contribuire ad una più avveduta costruzione del futuro. Proprio muovendo in questa direzione, a Monticchiello, ogni estate, ormai da molti anni, il Teatro Povero, autentico laboratorio di cultura valdorciana (per tanti anni guidato dal compianto amico Andrea Cresti) aiuta a ripercorrere il complesso itinerario che dal mondo contadino delle generazioni che furono approda zigzagando alle inquietudini dell’oggi. Ma l’impegno deve essere di tutti e di ciascuno, deve dispiegarsi capillarmente nel quotidiano. Il debito nei confronti della storia che ci si consegna può pagarsi, d’altra parte, solo in termini di consapevole rispetto, e da questo non potranno che scaturire -contro ogni tentazione di arroccamento- la vigilante accettazione delle sfide del presente e l’apertura ad ogni ragionevole e compatibile innovazione: ciò che ben si addice a una terra di contatti e di transiti”.
© MontalcinoNews 2011-2026











