categoria: Cultura & Paesaggi - 30 Gennaio 2026

Aquilino Morelle “a tu per tu” con MontalcinoNews

L’intellettuale, politico e scrittore francese Aquilino MorelleMontalcinoNews “a tu per tu” con l’intellettuale, politico e scrittore francese Aquilino Morelle, ex consigliere politico del Presidente della Repubblica francese François Hollande e dell’ex Primo Ministro di Francia Lionel Jospin, che, nei giorni scorsi, ha presentato a Parigi il suo ultimo libro, “La France au miroir de l’Amérique. Quand les progressistes font triompher le populisme”, uscito il 21 gennaio per l’editore Grasset.
Un saggio “illuminante” che analizza il “caso americano” e il “caso francese”, invitando ad uno sforzo di lucidità sul nuovo mondo che sta prendendo forma oltreoceano e che sta arrivando al di qua: “gli elettori di Trump e del suo Maga sono i cugini americani di Marine Le Pen e del Rassemblement National. Stessa rabbia sociale e identitaria, stessa reazione alla deindustrializzazione e alla durezza della vita quotidiana, stessa povertà, stesso sentimento di relegazione sociale, stessa esasperazione per l’ideologia “woke”, stesso disagio nazionale, stessa aspettativa delusa di considerazione e rispetto da parte di coloro la cui vocazione politica è rappresentare e difendere queste classi lavoratrici: la sinistra. Conosciamo il rapporto storico tra America e Francia: due paesi la cui Rivoluzione pretendeva di dare vita a un modello universale esportabile nel mondo. Sappiamo anche che le correnti profonde che si possono osservare nella costa dello Zio Sam spesso anticipano i cambiamenti che avvengono dalla nostra parte dell’Atlantico. Tuttavia, di qua e di là, i valori storici del “campo del progresso”, abbandonati dalla sinistra, sono stati ripresi come in uno specchio distorto dagli stessi potenti movimenti, pigramente definiti “populisti”: di chi è la colpa?”, si chiede Aquilino Morelle.
Un autorevole osservatore del suo Paese, dello scenario mondiale, dell’Italia, ma anche di Montalcino, dove lo ha condotto la sua grande passione per il Belpaese, e dove trascorre da 30 anni le vacanze, e con Laurence Engel, alta dirigente dello Stato francese ed ex presidente della Bibliothèque Nationale de France - che ha sposato proprio nel territorio del Brunello nell’agosto 2025 - sono personaggi conosciuti, perché per loro Montalcino è diventata come una seconda casa.

Perché la Francia non deve essere lo specchio dell’America, come scrivi nel tuo ultimo libro?
“Il ritorno al potere di Donald John Trump ha innescato uno shock globale: un terremoto commerciale, una frattura geopolitica, ma soprattutto una controrivoluzione ideologica. Analizzare le cause della sua vittoria e individuare gli insegnamenti che se ne possono trarre è quindi una questione di igiene politica.
Francia e Stati Uniti d’America sono due nazioni vicine nello spirito, legate da una storia comune - quella della Rivoluzione americana - da valori comuni - universalismo e uguaglianza - e da sfide simili - l’immigrazione, in particolare. Accontentarsi di analizzare ogni decisione quotidiana di Trump o il minimo dei suoi tweet, maledirlo per le sue intenzioni e azioni, aspettare la crisi economica o il passo falso che rovinerà la sua presidenza, senza cercare di comprendere le vere ragioni politiche e umane della sua elezione nel 2016 e della sua rielezione nel 2024, né di cogliere i fondamenti sociologici e culturali della potenza del movimento politico da lui creato e incarnato - Maga (Make America Great Again): questa pigrizia intellettuale e la negazione della realtà a cui conduce, comodi rifugi dell’ignoranza, non farebbero altro che preparare ulteriori delusioni.
Le elezioni presidenziali americane del novembre 2024 possono essere considerate - questa è la mia analisi e convinzione - come una lettera aperta alla Francia e al popolo francese. Un monito rivolto alle democrazie europee, anche. Attraverso il suo esito: la rielezione di Donald Trump; e anche attraverso il tipo di prova generale che ci ha offerto, con attori politici che hanno interpretato ruoli simili a quelli svolti nei nostri Paesi e recitato discorsi che suonano stranamente veri alle nostre orecchie. Il decadimento del sistema politico, il regresso democratico, l’immigrazione incontrollata, il potere d’acquisto decimato, l’abbandono della classe operaia, il graduale declino della classe media, la deindustrializzazione e gli eccessi dell’operaismo: sono tutte questioni cruciali che lasciano i leader politici francesi sconcertati e impotenti, di fronte alle quali la sinistra, in particolare, è impotente, in negazione o semplicemente assente. Va detto, e questo spiega lo scompiglio della sinistra francese - e forse anche di quella italiana - che, come ha affermato la filosofa canadese e icona della sinistra globale, Naomi Klein, il trumpismo è “lo specchio distorto delle idee un tempo centrali della sinistra americana”.
È quindi importante prendere sul serio l’avvertimento di Yascha Mounk, uno dei principali politologi americani: “Dal 5 novembre 2024, Marine Le Pen ha molte più possibilità di essere il prossimo presidente francese”. Marine Le Pen o qualcun altro.
Questo è il significato del mio libro”.

“La France au miroir de l’Amérique” di Aquilino MorelleCosa ne pensi dell’attuale contrapposizione tra gli Usa e l’Europa?
“Questo è un momento di crisi, nel più vero senso etimologico del termine: non semplicemente un momento di elevata tensione, ma un momento di verità, un momento in cui verità precedentemente mascherate, ignorate o represse appaiono improvvisamente e brutalmente davanti a tutti. La verità è che da oltre 50 anni gli Stati Uniti, e i vari presidenti che li hanno guidati, hanno chiesto all’Europa di affrontare le sue sfide e le sue difficoltà, di prendere in mano il proprio destino e costruire il proprio futuro, liberandosi dalla tutela americana. Di fronte alla minaccia dell’Urss la questione del rapporto tra America ed Europa è stata sollevata dai successivi occupanti della Casa Bianca, sia Democratici che Repubblicani. Per almeno quarant’anni, ogni presidente americano ha costantemente richiesto, con crescente insistenza, e ora con Trump, con veemenza clamorosa, un’equa condivisione tra gli alleati dell’onere finanziario della difesa europea - la “condivisione degli oneri” - sostenuta principalmente dalla Nato, cioè dal loro Paese. Allo stesso modo, le élite americane - siano esse blu o rosse - hanno da tempo smantellato il “multilateralismo”. Ronald Reagan, decidendo di ritirare gli Stati Uniti dall’Unesco (1984); Bill Clinton, chiedendo una riduzione del contributo finanziario del suo Paese alle Nazioni Unite dal 25% al 20%; George W. Bush, rifiutando di ratificare il Protocollo di Kyoto (2001) e di aderire alla Corte penale internazionale (2002); Barack Obama (e il suo Segretario di Stato Hillary Clinton), allontanandosi dalla “Vecchia Europa” e spostando il baricentro della diplomazia americana verso l’Asia (Pivot to Asia) nel 2011. Questo movimento ha subito un’accelerazione con la crescente consapevolezza, a partire dagli anni 2010, delle drammatiche conseguenze dello shock cinese sugli Stati Uniti. Questa crescente consapevolezza, a cui Donald Trump ha ampiamente contribuito tra il 2015 e il 2020, è ora oggetto di un consenso a Washington. In questa prospettiva storica - di cui costituisce una pietra miliare decisiva - la seconda vittoria di Trump non rappresenta una restaurazione, ma, ancora una volta, una controrivoluzione. È inutile immaginare di poter tornare indietro: dobbiamo guardare avanti. E vedere il mondo così com’è, non come vorremmo che fosse.
Ma è anche importante, e forse soprattutto, mantenere la calma, mantenere il senso della storia, non lasciarsi trasportare dalle passioni e tenere a mente l’essenziale. L’America è figlia dell’Europa, della sua filosofia - quella dell’Illuminismo -, della sua cultura, della sua popolazione da cui trae le sue origini. Nonostante gli attuali sconvolgimenti e le provocazioni di Trump, rimane alleata e amica dell’Europa. Dopo la violenza di questi tempi, tornerà una forma di equilibrio; ed è questo equilibrio che dobbiamo perseguire. Personalmente, come cittadino francese, consapevole delle lezioni della storia, e come membro del Programma Giovani Leader della Fondazione Franco-Americana, considero il popolo americano amico della Francia, nonostante i suoi leader - passati, presenti e futuri - e nonostante i suoi numerosi difetti”.

In questo scenario, come si posiziona e che ruolo ha o deve avere l’Italia?
“In questo nuovo e turbolento contesto internazionale, l’Italia ha un ruolo importante da svolgere. Qualunque sia l’opinione che si ha di Giorgia Meloni e qualunque siano le proprie convinzioni, lei governa il suo Paese con serietà ed efficienza, mantiene la sua popolarità e, in generale, mantiene le promesse fatte al popolo, rafforzando al contempo la voce e la posizione dell’Italia in Europa. Inoltre, mantiene buoni rapporti con Donald Trump, che non sembra paralizzarla come fa con la maggior parte dei leader europei. Potrebbe quindi lavorare efficacemente per mantenere il dialogo con gli Stati Uniti, che rimane essenziale”.
 
Da grande appassionato dell’Italia, che valore hanno territori come quello di Montalcino?
“Sono nato a Parigi da genitori immigrati spagnoli, giunti in Francia per sfuggire alla dittatura franchista, sperando in una vita migliore per sé e per i loro sette figli. Mi hanno cresciuto con un amore assoluto per la loro nuova patria: la Francia. Non siamo mai tornati in Spagna. Più tardi, da giovane adulto e poi padre a mia volta, ho scoperto l’Italia con mia moglie Laurence e i miei figli, e il tesoro dell’umanità che rappresenta. Come tanti, me ne sono innamorato, ce ne siamo innamorati tutti, in un modo immediato, passionale, sensuale e viscerale: il tipo di emozione evocata da un paesaggio sublime, da un capolavoro pittorico, dall’architettura di una città, dalla poesia di un testo, dalla potenza o dal fascino di un film. Con il tempo, l’età, le letture, le visite e i ripetuti viaggi qui a Montalcino, da quasi 34 anni a questa parte, a Venezia, dove Laurence e io andiamo ogni inverno da 35 anni - Siena, Firenze, Roma, Napoli, Siracusa, Milano, gradualmente è nata un’altra forma di amore, più consapevole della storia, più radicata, più matura e persino più forte per tutte queste ragioni. Riflette il fatto che, da profondamente francese, visceralmente attaccato alla mia nazione, non la separo dalle altre nazioni europee, né dall’Europa stessa.
La civiltà europea è innanzitutto composta da meravigliose culture nazionali, di per sé inestimabili. Sono le nazioni che la compongono a dare all’Europa la sua carne e il suo sangue, la sua profondità e brillantezza, la sua unicità e radiosità, offrendole il fondamento della sua civiltà. Cervantes, Dante Alighieri, Shakespeare, Goethe, Rabelais, Racine, Dostoevskij, Kafka, Proust, Joyce; Giotto, Bosch, Goya, Turner, Chardin, Rembrandt, Tiziano, Picasso; Leonardo e Dürer - gli ingegneri del Rinascimento -, Michelangelo; Bach, Händel, Mozart, Vivaldi, Beethoven, Chopin, Debussy; Spinoza, Cartesio, Kant, Hume, Beccaria; senza dimenticare i loro antenati comuni, Omero, Platone, Aristotele, Eschilo, Virgilio, Cicerone, Tacito: tutti questi vertici dell’arte e del pensiero - e quelli, ancora più numerosi, che si potrebbero aggiungere a questa lista - sono il legittimo orgoglio delle rispettive nazioni. E, allo stesso tempo, sono geni europei. Nella loro diversità, queste culture nazionali sono state infatti incoronate dalla loro partecipazione a un’entità spirituale superiore, quella dell’Europa. Consacrate da una comunità storica di valori, sono state unite da potenti movimenti intellettuali, artistici e politici, movimenti comuni all’intero continente europeo, che hanno contribuito a uno stile di vita e a un modo di pensare condivisi. Chiunque metta piede a Londra, Madrid, Firenze, Copenaghen o Parigi sa di essere in Europa; e ogni europeo, qualunque sia la sua nazionalità, capisce allora di essere a casa. Arte romanica, arte gotica, Rinascimento, Umanesimo, Età classica, Barocco, Illuminismo, Romanticismo, Impressionismo, Cubismo, Surrealismo: ogni volta, è attraverso l’originalità delle incarnazioni nazionali di questi movimenti creativi, attraverso le opere della mente o della mano che ci hanno lasciato in eredità, che siamo commossi; e, ogni volta, è attraverso il potere di queste forze intellettuali condivise o correnti estetiche che l’Europa ha raggiunto le sue forme di unità. Aver incastonato i gioielli di scintillanti culture nazionali in un’unica cornice, per formare un gioiello di tutta l’umanità: tale è lo splendore dell’Europa. La civiltà europea è unica perché è duale: fondata su ammirevoli culture nazionali, le unisce e le trascende. Il genio dell’Europa risiede in questa costruzione e in questa articolazione. Cinese e cinese, africana, giapponese, indù, islamica, ortodossa o latinoamericana: nessuna delle altre grandi civiltà è stata costruita su una tale dualità. Solo l’Europa è riuscita a realizzare questa impresa: esaltare una prodigiosa diversità culturale per, così facendo, stabilire un’unità di civiltà. Come ha riassunto il grande storico francese Fernand Braudel, la profonda unità dell’Europa è “soprattutto un’unità culturale, cioè un certo modo di vivere e di pensare, ovunque viviamo in Europa, e che ci è sempre comprensibile”.
Quando torno in Italia, sono ancora disorientato e allo stesso tempo immerso in un mondo così familiare che mi sento a casa. E un’altra certezza risiede dentro di me: quando mi siedo sulla terrazza del Café de Flore a Parigi o su quella della Fiaschetteria a Montalcino, per condividere un aperitivo con i miei carissimi amici, so di essere al centro della più grande e bella civiltà del mondo, e che in questo senso, so di essere al centro del mondo”.

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