categoria: Cultura & Paesaggi - 24 Marzo 2026

Dario Fo, Dioniso e Montalcino: tra arte e vino, tra ragione e ironia

Dario Fo che brinda, nel 2009“Esiste un legame indissolubile tra cinema e wine & food sono entrambe forme d’arte elevatissime. Siamo sotto la protezione di un grande dio, Dioniso, dio della sregolatezza ma anche della fantasia”. Così Lina Wertmuller definisce l’arte, in tutte le sue forme, e Dioniso, suo protettore, al quale Montalcino, anni fa rese omaggio. Era il lontano 1986, quando, nel suggestivo scenario della Fortezza, fu allestito un banchetto-spettacolo (su idea di Ferruccio Marotti, deus ex machina dello Studio Internazionale dello Spettacolo, progetto di seminari e spettacoli teatrali che, per tre anni, ebbero come sede la patria del Brunello), al quale, tra gli altri, ebbe un ruolo fondamentale il grande attore, regista, letterato e pittore Dario Fo, poi diventato Premio Nobel per la Letteratura nel 1997, e di cui, da oggi, iniziano i festeggiamenti per il centenario dalla nascita del grande narratore popolare (ed anche dieci dalla morte), indissolubilmente legato anche alla figura della moglie, l’attrice Franca Rame.
Gli spettatori di questo insolito convito di Dioniso ebbero la straordinaria possibilità di partecipare alla cena assaggiando pietanze e manicaretti preparati dalle mani sapienti delle “massaie” dei quattro Quartieri di Montalcino, seduti fianco a fianco a personaggi d’eccezione: da Dario Fo a Renato Rascel, da Franca Valeri a Manuela Kustermann, da Piero Di Iorio a Massimo Venturiello, da Elsa Martinelli a Franco Camarlinghi, da Renato Nicolini a Rosa Fumetto, tutti coordinati da Daniele Formica nel ruolo di “provocatore” a tempo pieno.
La locandina del progetto Mistero di Vino di Dario Fo nel 1986 a MontalcinoEd è proprio Dario Fo, in un audio intervista rilasciata ai giornali locali, a Montalcino, in quell’estate 1986, a raccontare le origini del teatro che si legano inscindibilmente al culto dionisiaco. “Il teatro, culto dell’ebrezza, del piacere e della festa che è sacralità e dissacrazione insieme, è rito e immolazione, alle sue origini, doveva legare collettivamente la gente, liberarla da angosce e tensioni. Era un momento di grande catarsi e liberazione, un momento per acquisire grande forza e carica emotiva. Anche oggi il teatro di valore tende ad agglomerare a creare collettività a sviluppare o sciogliere bisogni. Ed è una festa anche se magari si sviluppa in chiave tragica”. Scendendo nel particolare del suo lavoro, del suo modo di fare teatro, una commistione tra la commedia dell’arte e la satira sociale, ma anche politica, racconta: “facendo teatro dialettico, utilizzo sia il tema della gioiosità e della festa, ma anche, in conflitto, quello della riflessione. Il far ridere è certamente un aspetto positivo. L’ilarità, il ridere servono a controllare ciò che di eccessivo di abnorme e di amorale si svolge in una società controllata da regole esagerate definitive e dogmatiche. Scardina le potenzialità negative dell’individuo e fa sciogliere attraverso la ragione e la riflessione. La ragione passa sempre dall’ironia saper vedere il rovescio delle leggi che dovrebbero legare gli uomini ad una vita civile, ridere è grande riflessione sulle stupidità umane”.

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