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6 Maggio 2026 Un lettore scrive… Cicche di sigaretta tra le pietre di Montalcino, bruttura e inquinamento
Le cicche di sigaretta tra le pietre di Montalcino, una bruttura ed una forma di inquinamento. Un lettore ci scrive. E, quindi, riceviamo e pubblichiamo questa lettera... raccomandando, a tutti, con la dovuta maniera, di inviare mail su problemi che si possono verificare nel territorio e suggerimenti per una corretta soluzione...
“Le cicche di sigaretta tra le pietre della cittadina: è un pugno nell’occhio e nell’anima. Cammini per la piazza, tra le antiche pietre messe a mano dei nostri antenati che raccontano secoli di storia, e all’improvviso lo vedi: quel piccolo cilindro schiacciato, bianco-giallastro, sporco di cenere. Una cicca di sigaretta buttata per terra. Una sola, poi due, poi decine. Infilate tra le fessure delle pietre, schiacciate sotto le suole, accumulate negli angoli. E in quel momento la magia del luogo un po’ si incrina. Il bello diventa sporco, il prezioso diventa trascurato.
Non è solo una questione di “brutto da vedere”. È qualcosa di più profondo. L’impatto estetico: la ferita nel paesaggio urbano. I piccoli centri storici vivono di pietra. Anzi forse più delle grandi città ormai invase da orde barbariche del turismo per secoli hanno definito e incarnato la nostra identità urbana. Sono superfici che riflettono la luce, che raccontano storie, che invitano lo sguardo a soffermarsi.
Una cicca buttata lì spezza tutto, come spesso un traffico troppo invadente e non limitato delle vie centrali, da rendere pedonabili. È come un graffito fatto con un pennarello su un quadro del Rinascimento. Non perché sia enorme, ma perché è fuori posto. È minuscola, eppure attira l’occhio come una macchia d’olio su una tovaglia bianca. E quando ce ne sono tante, l’effetto è devastante. Un dettaglio volgare.
Non è solo estetica: l’inquinamento che non vedi. Ogni cicca contiene oltre 4.000 sostanze chimiche, molte delle quali tossiche. Il filtro, fatto di acetato di cellulosa, non è biodegradabile: impiega fino a 10-15 anni a disintegrarsi, rilasciando microplastiche e sostanze nocive nel suolo e nelle falde acquifere. Quando piove, quelle tossine finiscono nei tombini, che si intasano, nei fiumi, nel mare. Un solo mozzicone può inquinare fino a 50 litri d’acqua. Immaginate migliaia al giorno, ogni giorno, in ogni città.
Ma oltre all’ambiente c’è la dignità del luogo. Le pietre delle nostre città non sono un posacenere collettivo. Sono patrimonio di tutti. Perché viene fatto ? La risposta più sincera è perché è comodo. Perché “tanto è solo una cicca”. Perché manca il senso di responsabilità civica. Perché molti pensano ancora che “tanto ci pensano gli altri a pulire”. E invece no. I netturbini raccolgono cicche ogni anno, a costi altissimi per i contribuenti.
Cosa possiamo fare? Non serve solo lamentarsi. Servono soluzioni concrete:
- posacenere portatili: esistono, sono piccoli, economici e si possono tenere in tasca o nello zaino.
- maggiore presenza di posacenere pubblici o posaceneri soprattutto vicino ai tavolini dei bar, alla fermata degli autobus, nelle piazze.
- campagne di sensibilizzazione intelligenti: mostrare quanto una cicca rovini la bellezza di un luogo a cui tutti diciamo di essere affezionati.
- multa reale: non solo sulla carta … in alcune città europee buttare una cicca per terra costa anche 100-200 euro. Funziona.
Ma soprattutto serve un cambio culturale: smettere di considerare la strada come “terra di nessuno”. Vedere le cicche tra le pietre delle nostre città fa male due volte: fa male agli occhi e fa male al cuore. Perché è un piccolo gesto che racconta una grande indifferenza: la bellezza non è un diritto automatico, ma è una responsabilità collettiva. Ogni volta che ci tratteniamo dal buttare la cicca a terra, che usiamo un posacenere o che semplicemente ce la portiamo via, stiamo facendo un piccolo atto di rispetto verso il luogo in cui viviamo e verso chi ci passerà dopo di noi. Perché una città pulita non è solo più bella da vedere”.
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