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Ser Griffo e la Montalcino del Trecento

Il libro di Massimo Achilli si chiama Biografie dal contado. Ser Griffo di ser Paolo notaio montalcinese del Trecento e il suo Libro di Conti (1366-1377)“Il mio intento è di restituire alla comunità di Montalcino qualcosa che era suo, che non sapeva di possedere”. Esordisce così Massimo Achilli durante la presentazione del suo volume, “Biografie dal contado. Ser Griffo di ser Paolo notaio montalcinese del Trecento e il suo Libro di Conti (1366-1377)”, andata in scena il 19 ottobre nel Complesso di Sant’Agostino. Un’iniziativa voluta dai Quartieri di Montalcino e infatti l’autore ringrazia proprio Borghetto, Pianello, Ruga e Travaglio perché “non capita spesso di trovare una comunità che investe del denaro sulla storia”.

Il libro di Achilli offre al lettore un quadro originale della complessa vicenda della comunità montalcinese attraverso lo studio della ricca documentazione inedita relativa al notaio ser Griffo di ser Paolo, uno dei protagonisti della vita politica e sociale di Montalcino nel Trecento. “Ser Griffo viene dopo, compare quando tutte le pedine sono disposte sulla scacchiera - spiega il professore di Storia medievale all’Università della Tuscia Alfio Cortonesi - sappiamo quindi già di chi si parla, lo collochiamo bene, conosciamo le persone che vissero accanto a lui. E non parliamo di poveretti, ma di individui che hanno contribuito a fare la storia trecentesca di Montalcino”. “Secondo il Canali - continua Cortonesi - Ser Griffo è colui che conduce le operazioni per far in modo che Montalcino acquisisca la cittadinanza senese e consegua una migliore posizione nei confronti della dominante. Tra il Trecento e il Quattrocento le comunità che godevano di questa cittadinanza non erano molte. Circa 6-7, tra cui Buonconvento, e certamente non avevano il rilievo che aveva Montalcino, che si posizionava sul livello di Massa Marittima, Montepulciano, Grosseto, se non oltre”.

Massimo Achilli, autore del libro Biografie dal contado. Ser Griffo di ser Paolo notaio montalcinese del Trecento e il suo Libro di Conti (1366-1377)La cittadinanza senese, grazie anche al lavoro di ser Griffo, arrivò nel 1361. Cosa significava, a quei tempi, conseguire la cittadinanza? “I montalcinesi, oltre a obbedire alle leggi della loro terra, furono sottoposti anche alla legislazione senese - risponde Cortonesi - questo ha fatto discutere gli storici. Alcuni sostengono che questa acquisizione sia stata un colpo di fortuna. Io sarei più cauto, perché significava pagare le tasse della dominante e poi rispondere anche dal punto di vista fiscale del sistema montalcinese. Che poi ci fossero altre questioni da cui poteva trarre beneficio probabilmente sì, certamente era un onore. Sta di fatto che da quel momento gli abitanti di Montalcino diventarono anche “cives senenses”. È un atto che Massimo Achilli chiama di sottomissione-filiazione”.

Da sinistra verso destra, Massimo Achilli, Alfio Cortonesi e Gerardo NicolosiIl merito politico di ser Griffo, dunque, è quello di aver traghettato i montalcinesi verso Siena. Una storia, quella dei rapporti con il capoluogo, lunghissima. Si va dall’inimicizia che porta i senesi nella prima metà del Duecento ad assediare più volte e dichiarare di voler distruggere Montalcino a una fase di raffreddamento, quando entrambe sono governate dalla stessa parte politica, quella guelfa. L’ottenimento della cittadinanza segna uno snodo nella storia di questa comunità, che poi resterà fedele a Siena in molte parti della sua vita fino a quando la Repubblica di Siena si ritira a Montalcino, “l’ultimo baluardo”.

Tornando a ser Griffo, aggiunge il professor Cortonesi, “era una personalità poliedrica che volle vivere appartato rispetto alla politica sociale della sua Montalcino. Con le sue attività lo ritroviamo presente in ogni aspetto della vita comunitativa. Questo fin dall’inizi e in maniera più intensa negli ultimi decenni della sua vita, fino alla morte nel 1370 (attualmente è sepolto nella Chiesa di San Francesco)”.

La presentazione del libro di Massimo AchilliNel volume di Achilli viene pubblicato anche il “Libro dei conti”, in parte scritto da ser Griffo e in parte da altri su mandato della moglie Lina Cacciati, che tratta in primis l’amministrazione del suo patrimonio fondiario che affitta, compra e vende in continuazione. Si tratta di oltre dieci poderi, tutti gestiti a mezzadria, disposti in diversi luoghi ma prevalentemente ad Est, nella zona di Torrenieri, San Piero d’Asso e Collodi, che riflettono il quadro delle colture che caratterizzavano le campagne di Montalcino: in prevalenza il grano ma anche l’orzo, la vite, mentre sono pochi gli olivi (l’olivicoltura toscana e italiana conoscerà uno slancio a partire dalla fine del XV secolo, eccezione per la Puglia che comincia dal XII secolo).

“La cosa che mi ha colpito di più della ricerca - aggiunge Achilli - è stata la varietà delle fonti analizzate e degli spunti che ho potuto cogliere, dalla storia dell’agricoltura alla storia delle piccole cose, come mangiavano e si vestivano le persone. Aspetti della vita quotidiana che nei libri di storia sono poco presenti. Si parla spesso di grandi eventi e si sottovaluta la vita della gente. Il libro dei conti è scritto in volgare, tutti lo possono leggere. Ritroverete delle espressioni e modi di dire ancora conservati”.

Il lavoro di Achilli comprende anche il riassunto di circa 900 protocolli notarili di ser Griffo e “qui si potrebbe trovare un seguito del libro”, conclude Cortonesi. Un seguito, invece, lo avrà la collana “I Quartieri per la storia”, che ha già pubblicato tre ricerche o tesi di laurea. Un modo per incentivare il lavoro degli storici e, soprattutto, uno strumento per riscoprire qualche piccola verità del passato di Montalcino.

Ser Griffo, il notaio protagonista del ’300

Alfio Cortonesi, professore originario di Montalcino, insegna all'Università della TusciaSe Montalcino ottenne nel 1361 la cittadinanza senese, grande merito va all’iniziativa politica e l’opera di mediazione di un notaio, Ser Griffo di ser Paolo, tra i protagonisti della storia montalcinese del Trecento. È quanto emerge dal libro di Massimo Ancilli, inserito nella collana “I Quartieri per la storia” - progetto che vede i Quartieri di Montalcino sostenere economicamente la pubblicazione di una tesi di laurea inedita o di un nuovo lavoro di ricerca sulla storia di Montalcino - che sarà presentato il 19 ottobre nel Complesso di Sant’Agostino (ore 17.30).

“La ricca documentazione totalmente inedita che ci è pervenuta sul personaggio di Ser Griffo - spiega alla Montalcinonews Alfio Cortonesi, professore di Storia medievale all’Università della Tuscia, che interverrà nella serata insieme al collega Giuseppe Romagnoli - ha consentito ad Achilli di illustrarne puntualmente la vita familiare, i legami con altri influenti personaggi del luogo e con esponenti della città dominante, il ruolo politico e sociale nell’ambito della comunità montalcinese, il vasto patrimonio fondiario e immobiliare. Affrontando quest’ultimo argomento l’autore ha anche modo di scrivere pagine di grande interesse sull’assetto produttivo trecentesco delle campagne di Montalcino, già all’epoca così profondamente legato alla diffusione del contratto di mezzadria e dell’appoderamento. Il libro di Achilli propone anche l’edizione del Libro di conti del notaio, testimonianza davvero preziosa della sua attività economica e sociale”.

Il “secolo buio” di Montalcino torna alla luce

Federica Viola, l’autrice del volume della collana I Quartieri per la Storia presentato il 18 ottobre a OcraLa presenza del bufalo, la caccia al colombo, la pratica dell’apicoltura, le coltivazioni di lino, canapa e zafferano. E ovviamente il vino, con le regole per punire il furto delle uve e il taglio dei filari e per regolare le operazioni di vendemmia, che dovevano cominciare nello stesso giorno, l’8 settembre o il 21 settembre. Sono alcuni dei tanti spunti che emergono dallo Statuto dei danni dati, un insieme di norme firmato a Montalcino nel 1452 per stabilire sanzioni in caso di illeciti (come il furto) o danni determinati dal pascolo abusivo di animali. Un’opera che pone alla luce aspetti centrali e poco conosciuti di Montalcino nel secolo che va dall’acquisizione della cittadinanza senese (1361) alla metà del Quattrocento, ripresa adesso dai lavori di Federica Viola, l’autrice del volume della collana “I Quartieri per la Storia” presentato venerdì scorso a Ocra e intitolato “Montalcino nel Quattrocento. Lo Statuto dei danni dati e degli straordinari (1452): edizione e note storiche” (Effigi, 2018).

E' in vendita il volume di Viola intitolato: Montalcino nel Quattrocento. Lo Statuto dei danni dati e degli straordinari (1452): edizione e note storiche (Effigi, 2018).“Troviamo tante notizie del periodo tra Duecento e Trecento - spiega Viola, un dottorato in Storia Medioevale all’Università di Sassari alle spalle e adesso insegnante di scuola media a Celleno, in Provincia di Viterbo – mentre fino al 1462, quando Montalcino diventa città, c’è quasi un vuoto. Sembra che in questo secolo la vita si sia appiattita e coincida con quella senese. Invece emerge una forte vitalità politica e una volontà di non voler perdere quei diritti che la cittadinanza aveva garantito. Gli introiti dei danni campestri erano importanti, Montalcino li rivendicherà per tutto il Quattrocento, a differenza delle gabelle, di appannaggio di Siena”.

Viola cita tre episodi del suo lavoro. A un certo punto le autorità montalcinesi erano molto preoccupate perché nessuno portava rispetto ai Priori dei terzieri, che si vergognavano addirittura di ricoprire tale carica. Viene posto allora l’obbligo di levarsi il cappello e salutarli. “Una cosa che non solo fa sorridere – spiega l’autrice – ma che la rende anche attuale, vista la poca credibilità dei politici di oggi”. Poi c’è un altro problema, quello delle donne che lavavano i panni nelle fonti a qualsiasi ora del giorno e della notte. Un fatto grave, perché costringeva gli animali a bere dove bevevano gli uomini, e quindi da sanzionare. Infine, lo Statuto ci racconta di come era diventata abitudine per alcuni uomini e ragazzi andare a giocare a carte, palla o dadi nella loggia di Santa Maria della Croce. “I ragazzi colpivano con la palla il volto della Vergine e bestemmiano, segno che lo Statuto interveniva non solo ad alti livelli alti, ma anche nella vita di tutti i giorni”, conclude Viola, che poi ringrazia i Quartieri per aver finanziato la pubblicazione e Alfio Cortonesi, che l’ha impreziosita con una sua prefazione.

La presentazione del secondo volume della collana I Quartieri per la Storia, tenutosi il 18 ottobre a Ocra scorso a Ocra Quello dei “Quartieri per la Storia” è un impegno che dà ulteriore lustro alla loro vita sociale, come sottolinea il moderatore della serata, Gerardo Nicolosi. “Un impegno non solo economico ma anche morale, perché con questo sforzo i Quartieri favoriscono la conoscenza di uno straordinario patrimonio documentario (l’Archivio Storico di Montalcino, ndr) e di conseguenza la conoscenza della storia della città. Non è assolutamente un impegno infruttuoso. La settimana scorsa eravamo qui a sentire le relazioni sulla legislazione suntuaria di Siena e dei territori limitrofi e abbiamo sentito citare il volume di Giuseppe Catalani, prima uscita della collana”.

Relatori della serata gli storici Mario Marrocchi e Alfio Cortonesi, che ha speso bellissime parole per Roberto Caselli: “Mi ricordo ancora il nostro primo incontro su questi argomenti. Roberto si presentò con tre grossi volumi sotto braccio e mi chiesi cosa fossero. Erano le tesi di dottorato di alcuni miei allievi, che lui aveva letto, sistemato, conservato. Ci tengo a ricordarlo in un momento in cui la comunità di Montalcino sta subendo numerose perdite, che non rendono questo 2018 un anno da ricordarsi in positivo”.

Lo storico Alfio Cortonesi ha fornito l'introduzione al volume di Federica ViolaCortonesi poi passa a commentare il lavoro di Federica Viola, che deriva da una tesi di dottorato discussa all’Università di Sassari nel 2007/08 che fa seguito alla tesi di laurea che Viola aveva dedicato sempre a tematiche montalcinesi. “È un libro – spiega Cortonesi - che contribuisce in misura significativa a fare luce su un secolo tra i meno conosciuti, che segue all’acquisizione da parte di Montalcino della cittadinanza senese e che ci porta fino alla compilazione dello Statuto del danno dato. Si scopre una vicenda politica intensa, contrariamente a quanto si può credere. Anni densi di avvenimenti e realizzazioni”.

Nello Statuto si accenna all’olivicoltura (che però in Toscana si sviluppa dopo), alle colture tessili (lino e canapa), alla coltivazione di spezie come lo zafferano. Ma a catturare l’attenzione del legislatore sono i settori cerealicolo e viticolo, con una protezione stringente nella fase vicina alla vendemmia. Si dibatte di furto delle uve, taglio della vigna, mietitura illecita e distruzione delle messi. “A Viterbo nel Duecento era previsto il taglio delle due mani - spiega Cortonesi - mentre a Montalcino si veniva legati per la gola alla catena di ferro del Comune per tre ore, in modo che tutti potessero vedere e trarne le conseguenze”.

La viticoltura rivestiva in questa comunità una grande importanza. Si scopre che esisteva una zona viticola con confini precisi, vicina alle mura del castello ilcinese, dove erano presenti le vigne, gli orti e altre colture intensive. Dentro questa fascia le sanzioni erano ancora più feroci. Lo Statuto parla poi della produzione dei canneti, fondamentale per l’intelaiatura dei filari. Veniva consentito ai proprietari di vigne lo scavo di fosse intorno ai terreni vitati, che potevano frenare l’irruenza degli animali selvatici. A patto però di avvisare il Comune entro otto giorni dall’escavazione, perchè chi si aggirava nelle campagne poteva correre il rischio di cadervi dentro. Infine, la vendemmia doveva cominciare per tutti in un giorno stabilito. O per la Festa della Madonna (8 settembre) o per la Festa della di San Matteo (21 settembre). “Serviva a dare disciplina e controllare la regolarità delle operazioni - commenta Cortonesi - e garantiva la tempestività delle vendemmie, perché c’era l’abitudine della corsa alla raccolta in quanto il vino novello era preferito al vino di conservazione. C’era insomma una gara a scendere per primi sul mercato, quando ancora magari il vino non era pronto”.

Lo Statuto ci dà anche notizia della presenza, se pur marginale, del bufalo (cosa poi neanche tanto sorprendente visto la prossimità con la maremma) e di una pratica dell’apicoltura che lo Statuto evidenzia proibendo il furto di miele e cera. Si disciplina anche la caccia al colombo, in modo da colpire quello selvatico e non quello domestico.

Lo storico Mario Marrocchi, relatore insieme a Cortonesi durante la presentazione del secondo volume della collana I Quartieri per la Storia“Montalcino al momento della redazione del danno dato non si può dire ancora città - interviene l’altro relatore della serata, Mario Marrocchi - anche se bisogna capire se questa definizione ha davvero un senso visto che è complicato stabilire quando una realtà urbana diventa una città. E mi viene in mente un modo per ovviare il problema, cioè la definizione di “quasi città”, termine coniato da Giorgio Chittolini”.

Marrocchi va indietro nel tempo, a quando nel 1212 Sant’Antimo cedette il controllo di Montalcino a Siena, cosa che non piacque molto ai montalcinesi. “Nel 1233 Siena definisce Montalcino uno tra i peggiori nemici, e anni dopo il conflitto si fa ancora più vivo. I senesi vorrebbero distruggere Montalcino, che riprende vigore dopo una controffensiva fiorentino-orvietana”. Nelle pagine del danno dato, spiega Marrocchi, si trovano lamentele economiche di fronte alle continue richieste senesi, che “ad un certo punto richiedono 440 fiorini l’anno e gli ilcinesi ne offrono la metà. Non sono anni facili, venivano dopo guerra e pestilenza. Ma da queste vicende Montalcino riuscirà lentamente ad uscirne”. Montalcino si trovava a dover fare i conti con una doppia istituzione: quella senese (il podestà) e quella locale, composta dai Priori dei tre terzieri, Sant’Angelo, Sant’Egidio e San Salvatore. Il consiglio generale era composto da 60 consiglieri, “una partecipazione sorprendente, se si pensa che oggi gli amministratori faticano a trovarne una decina”, aggiunge Marrocchi, che chiude con una citazione davvero indovinata, di Schopenhauer: “in fondo, per studiare l’essere umano, le vicende di un grande impero e di un piccolo villaggio sono le stesse”.

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