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Storia & Attualità
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5 Maggio 2026 A MontalcinoNews, l’“amarcord” di Carlin Petrini, nei 40 anni di Slow Food, con radici anche a Montalcino
“Montalcino è uno dei luoghi incantati della nostra penisola dove paesaggio, storia e gastronomia si incontrano ad altissimi livelli. Montalcino è un luogo di grande modernità perché non ha mai rinnegato le sue origini, ha saputo valorizzare il suo prodotto principe, il Brunello, senza farlo diventare monocoltura. È un luogo in cui torno sempre molto volentieri. Parlare di Montalcino, per me, è ritornare indietro di tanti anni.
Infatti, il primo ricordo va a quel lontano 1982 quando, come Arci Langhe, organizzammo una gita per conoscere meglio il Brunello. L’accoglienza fu straordinaria e la Casa del Popolo bellissima, meno il vitto. Ne scaturì una lettera di protesta e l’apertura di un dialogo che l’anno dopo diede vita ad un convegno, “Le Case del Popolo nella loro tradizione di festa e di gastronomia”. Ci fu una dialettica bellissima e la newsletter del Pci scrisse che era emerso forte un lato importante “a volte troppo trascurato della vita di tutti i giorni: il mangiare”.
Sicuramente Montalcino fu una tappa fondante della storia di Slow Food. Iniziò una riflessione sull’importanza e sull’universalità del cibo. Da quel momento il cibo entrò, con alti e bassi, nei ragionamenti politici. Si capì che si poteva migliorare il mondo migliorando la produzione e distribuzione alimentare. Si misero le basi a quel buono, pulito e giusto che ha segnato la nostra storia. Grazie Montalcino!”. È il bellissimo “amarcord”, affidato a MontalcinoNews, di Carlin Petrin, fondatore Slow Food, il più importante movimento mondiale che si batte per il diritto al cibo buono, pulito e giusto per tutti, le cui radici, come ricorda lui stesso, affondano anche a Montalcino.
Tutto nacque da Arcigola, l’associazione gastronomica fondata nel 1986 dal giovane Carlo Petrini, tra i “50 uomini che potrebbero salvare il Pianeta” per “The Guardian”, il cui celebre Manifesto, pubblicato nel 1987 su “Il Gambero Rosso” ne “il Manifesto” e firmato a Parigi nel 1989, si intitolava proprio “Slow-Food” e recitava parole che sembrano più attuali oggi, a quattro decenni di distanza, di quanto già non lo fossero allora: “la velocità è diventata la nostra catena, tutti siamo in preda allo stesso virus: la Fast-Life, che sconvolge le nostre abitudini, ci assale fin nelle nostre case, ci rinchiude a nutrirci nei Fast-Food. Con lo Slow Food, contro l’appiattimento del Fast-Food, riscopriamo la ricchezza e gli aromi delle cucine locali. Se la Fast-Life in nome della produttività, ha modificato la nostra vita e minaccia l’ambiente ed il paesaggio, lo Slow Food è oggi la risposta d’avanguardia”.
Ma qualche anno prima, ad aver portato alla stesura del celebre Manifesto della Chiocciola, era stata anche “una serata a Montalcino in cui fui messo sotto processo”, ha ricordato, tempo fa, Carlo Petrini che, nel 1983, in risposta alla sua lettera di protesta era stato invitato a tornare a Montalcino per partecipare al convegno. “C’è da fare battaglia? Chiesi quando arrivai in una Casa del Popolo affollatissima di persone cui distribuivano la mia lettera. “No, da riflettere” mi risposero - ha raccontato il fondatore Slow Food - mi misero su un trespolo ed iniziò una specie di processo, con tanto di portavoce delle donne che avevano cucinato nelle cucine dell’Arci. Intervenni leggendo un pezzo di un’analisi organolettica perfetta: sapete chi l’ha scritta? Una vostra grande concittadina, Santa Caterina da Siena nel descrivere l’amplesso della comunione e la carne di Cristo nei minimi particolari. Ad un certo punto - ha proseguito nel racconto - il fronte si è spaccato, e un compagno ha ammesso che il mio metodo era giusto, ma non le parole che avevo usato. E da lì, con il Brunello nei calici, è nato uno dei primi Circoli Arcigola”. Ed è partita quella riflessione sulla qualità del cibo, la sua difesa e quella di chi lo produce, che ha portato alla fondazione di Slow Food.
Quarant’anni dopo, con le tappe che hanno visto la nascita del Salone del Gusto, di Terra Madre, dell’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, di orti in ogni scuola, e non solo, in nome dell’educazione alimentare - dall’Africa alla Casa Bianca - salire i Presìdi Slow Food nell’Arca del Gusto, la “benedizione” di Papa Francesco e l’“abbraccio” di Re Carlo (tutte raccontate nel volume “Slow Food. Storia di un’utopia possibile”, firmato da Petrini con Gigi Padovani per Giunti - Slow Food Editore, nel 2017, e prima biografia ufficiale del movimento, nelle cui pagine c’è anche il ricordo-ritratto di WineNews, ndr), Arcigola è diventata Slow Food ed è arrivata in 160 Paesi del mondo, fino in Cina. Con la Chiocciola rossa come logo simbolico, ma che, nonostante il suo invito a rallentare per riappropriarsi del diritto che tutti abbiamo di godere dei piaceri della vita, non ha mai smesso di spronare migliaia di socie e soci - contadini, artigiani, studenti, intellettuali, militanti, ma anche politici, imprenditori e persone - a lottare per un’altra idea di mondo che è possibile.
Un movimento mondiale che, attraverso la gastronomia e il suo portato valoriale e identitario, fa politica e cultura, coniuga la salvaguardia della memoria e dei saperi locali con l’apertura verso le culture di tutto il mondo, che fonde conoscenze tradizionali, innovazione scientifica e creatività. E la cui lingua universale è quella del cibo, che consente di conoscere il mondo in profondità, dialogare, scambiare idee, provare curiosità ed empatia per la diversità e sperimentare nuove strade, con al centro il rispetto degli esseri umani e dell’ambiente.
“Voi produttori non dovete mai dimenticare che prima di tutto siete uomini della terra. La fortuna del vino reggerà solo se lo farà l’agricoltura. Ringrazio di avermi dato l’occasione di tornare in questa straordinaria terra che amo molto - aveva detto Carlin Petrini nella sua ultima visita a Montalcino - e dove amministratori lungimiranti, come il sindaco Mario Bindi e altri prima di lui (qui la biodiversità politica è piuttosto omogenea), negli anni hanno saputo preservare questo territorio da cementificazioni assurde, mantenendo nel tempo la sua civiltà contadina, e garantendo il successo di cui oggi portate a casa i risultati”.
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