categoria: Uomini & Terra - 6 Settembre 2026

“Bacco in Toscana”, capolavoro del letterato Francesco Redi, “spot” per Montalcino

Prima edizione dei Sonetti di Francesco Redi (1702)Con la sua opera “Bacco in Toscana” (1685), Francesco Redi (Arezzo 1626 - Pisa 1697), naturalista e letterato aretino, tra i più grandi biologi di tutti i tempi, medico di corte dei Medici, ma “felice vittima del vino” come si descriveva con autoironia - e del quale, nel 2026, si celebrano 400 anni dalla nascita (a Montepulciano di scena una mostra delle sue opere ed un convegno internazionale con studiosi italiani, a marzo 2027, ndr) - non contribuì solo ad accrescere la notorietà del Moscadello, vino dolce assai diverso dal Brunello, e tra i più desiderati del suo tempo ed altrettanto famoso in passato, ma anche quella di Montalcino.
Il suo capolavoro, concepito per una delle “serate conviviali” della prestigiosa Accademia della Crusca, non è solo uno dei migliori componimenti buffoneschi dell’epoca ed un elogio al vino in genere e a quello toscano in particolare che passa completamente in rassegna, ma i ben 22 versi (su 980) dedicati a “un vin” di Montalcino “ch’è tutto grazia” tanto che “lo destino per le dame di Parigi”, sono quasi un antesignano “racconto giornalistico”, in cui il dorato vino fa da “spot” al territorio, alla sua storia e cultura, alla sua società, alle sue monumentali bellezze, contenuto in un ditirambo (canto in onore di Dioniso) che è una delle più importanti fonti per la storia dell’enologia italiana: durante uno dei suoi frequenti viaggi con Arianna, scrive Redi, “il Dio del vino fermato avea l’allegro suo soggiorno ai colli etruschi intorno”, offrendo uno spaccato della società seicentesca in Toscana ai tempi del Granduca Cosimo III dei Medici.
Una poetica che molto più tardi e in relazione ai giorni nostri, farà di Mario Soldati (che ha dedicato alla Tenuta Greppo ed alla famiglia Biondi Santi pagine tra le più belle dei suoi racconti) e Luigi Veronelli (di cui si ricordano gli scritti poetici su tante storiche cantine di Montalcino, da Case Basse Soldera a Biondi-Santi, da Col d’Orcia alla Fattoria dei Barbi), i “padri” del giornalismo e della critica eno-gastronomici moderni e i più grandi scrittori delle bellezze agroalimentari italiane e dei loro territori.
Ma da Giosuè Carducci (che, nel 1886, scriveva “mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto” in una lettera indirizzata alla contessa Ersilia Caetani Lovatelli, proprietaria all’epoca della storica cantina di Argiano, oggi di proprietà dell’imprenditore brasiliano André Santos Esteves, guidata dall’enologo Bernardino Sani) a Gabriele D’Annunzio (che, nel 1918, descrive il torpediniere Achille Martinelli nel libretto “La beffa di Buccari”, che li vide insieme, con le parole “un altro è di Montalcino, alto svelto e duro come una torre della sua rocca”), da Ugo Foscolo (che anche lui traeva conforto dalle fatiche letterarie da un buon bicchiere di Moscadello di Montalcino nel suo soggiorno a Firenze sul colle di Bellosguardo tra il 1812 e il 1813, offrendolo agli amici) a Filippo Tommaso Marinetti (che, nel 1935, pronunciò la celebre frase “il Brunello è benzina”, a Siena, in una cena di gala all’Enoteca Italiana), sono molti  i poeti, gli artisti ed i letterati (abbiamo citato volutamente i più noti, ndr), tra i più illustri della storia italiana, che hanno contribuito a far conoscere Montalcino ed i suoi vini.

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