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5 Ottobre 2026 Quando lo scrittore Mario Soldati ragionava con i Biondi Santi a Montalcino
C’è stato un tempo in cui Montalcino non godeva dell’attuale fama internazionale, un tempo in cui il Brunello non aveva ancora conquistato i mercati di tutto il mondo, in cui i produttori si contavano sulle dita di una mano e il paesaggio intorno al paese era ancora quello di una Toscana contadina, fatta di poderi, olivi e boschi. La Doc sarebbe arrivata solo nel 1966, la Docg nel 1980. In quel contesto, una famiglia più di ogni altra incarnava il “genius” loci del territorio: i Biondi Santi, che a Il Greppo avevano dato forma nell’Ottocento ad un rosso di solo Sangiovese, pensato per sfidare il tempo.
É in questo momento storico, tra gli Anni Sessanta e gli Anni Settanta del Novecento, che Mario Soldati - scrittore, regista, giornalista e autore televisivo - approdò a Montalcino e scrisse bellissime pagine, nate dopo aver visitato la storica cantina de Il Greppo e aver dialogato con Tancredi e Franco Biondi Santi sui vigneti antichi del Brunello, sul rito della ricolmatura, sui segreti del clima e delle peculiarità di questo territorio unico al mondo.
Proprio per celebrare i 120 anni dalla nascita di Soldati - straordinario interprete della cultura italiana - la cantina La Scolca, una delle realtà più note della denominazione Gavi, guidata da Chiara e Giorgio Soldati, discendenti del grande maestro, porta il 6 ottobre, a Milano, il talk show “Mario Soldati - Il gusto di raccontare l’Italia”, un appuntamento dedicato alla sua eredità culturale e al suo modo unico di raccontare l’identità del Belpaese, in un format che ha iniziato il suo viaggio a Roma e proseguirà poi a Londra e New York, come peraltro raccontato da WineNews, uno dei siti di riferimento del vino italiano.
Mario Soldati non era un turista né un critico di professione: era un osservatore curioso, abituato a raccontare l’Italia viaggiando e ascoltando. Nel suo celebre libro “Vino al vino”, un viaggio alla ricerca dei vini genuini, partiva da un’idea semplice e quasi rivoluzionaria: una bottiglia non si capisce davanti a un bicchiere isolato, ma conoscendo il luogo da cui nasce, la mano che la produce, la storia che porta con sé. Per Soldati il vino era un racconto di persone e di terra, non un oggetto astratto da giudicare. Montalcino, con pochissime cantine e un nome già leggendario, era il banco di prova ideale per questo modo di guardare.
A Il Greppo, in fondo al lungo viale di cipressi che è diventato un simbolo del Brunello, lo scrittore incontra Franco Biondi Santi, e tra i due nasce un rapporto di stima. Franco, per tutti “il Dottore”, classe 1922, era l’erede di una dinastia e di lì a poco avrebbe preso in mano le redini dell’azienda dal padre Tancredi; sarebbe diventato per decenni il volto del Brunello nel mondo, fino alla morte nel 2013, a 91 anni. Nelle loro conversazioni si parla di vigne vecchie, del segno che clima e suolo imprimono al vino, della pazienza che questo richiede. Sono i temi che Franco avrebbe portato avanti con coerenza, anche attraverso la selezione che lo condusse al clone di Sangiovese noto come BBS 11, registrato nel 1978 e oggi diffuso ben oltre i confini dell’azienda.
Il momento più memorabile di quelle visite è la primavera del 1970, quando Soldati, insieme a Luigi Veronelli, assiste alla ricolmatura delle vecchie bottiglie della cantina. È un rito che i Biondi Santi praticano dalla fine degli anni Venti: le bottiglie d’epoca vengono aperte, il livello del vino, calato negli anni attraverso il tappo, viene ripristinato e la bottiglia è richiusa con un tappo nuovo. Ad officiare la cerimonia è Tancredi, affiancato dal figlio Franco; presenti anche il notaio Nanni Guiso, Veronelli e Soldati. Sul tavolo ci sono le annate leggendarie, il 1888 e il 1891, accanto al 1925 e al 1945. Soldati definisce l’esperienza un “piccolo miracolo” e non è difficile capire perché: ha davanti vini nati nell’Ottocento, ancora vivi nel bicchiere.
Soldati troverà conferma di come “il Brunello può invecchiare praticamente all’infinito, migliorando, oserei dire, sempre”.
In “Vino al vino”, indicando l’origine di tanta fortuna del Brunello, Soldati comprende subito quelle caratteristiche oggi consacrate dalla critica: prima tra tutte, la longevità e la capacità di invecchiamento che ogni annata rivela al primo sorso; la bellezza di un territorio vocato ai grandi vini, grazie al clima, al suolo ed ad una natura ricca di biodiversità e dove, tra boschi, oliveti e campi coltivati, non c’è mai stata monocoltura; l’intuizione pionieristica di delimitare negli anni Trenta i confini della produzione al solo territorio di Montalcino; e il fatto che tutto questo sia racchiuso in un’invenzione: che risale alla fine dell’Ottocento ma che fu modernissima; agricola ma illuminata da una base di studi intellettuali e naturalistici; semplice per la scelta di vinificare il solo Sangiovese Grosso ma geniale nell’averlo fatto per distinguersi dagli altri vini guardando ai grandi francesi, frutto di un singolo ma alla base di un successo collettivo, al quale ogni protagonista ha portato e continua a portare il suo contributo.
Scrive Soldati: “dove dissentiamo lievemente dal Garoglio (Pier Giovanni Garoglio, l’enotecnico più celebre dell’epoca) è, invece, a proposito di quello che noi reputiamo l’eccelso tra gli eccelsi di tutti i vini provati finora in questo viaggio: il Brunello di Montalcino”. “L’invenzione di un singolo” lo definirà poi, in riferimento a Ferruccio Biondi Santi, il suo inventore, alla fine dell’Ottocento, nella Tenuta Greppo, dove Soldati era ospite, per degustare le vecchie Riserve con il figlio e il nipote di Ferruccio: Tancredi, per il quale “il vino ha - dice Soldati - tutte le caratteristiche psicologiche che ha per l’artista l’opera d’arte”, e Franco Biondi Santi, custode intransigente della tradizione di famiglia.
Ma, da parte sua, Soldati consegna anche indicazioni e valori al territorio che saranno fondamentali per il suo futuro: “in questo sud di Siena - racconta Soldati nel suo viaggio - scendiamo in Val d’Orcia, in vista della Rocca di Radicofani e dell’Amiata, con la cittadina di Montalcino, che forse per trovarsi così dislocata, così fuori dalle grandi vie di comunicazione, è rimasta intatta, incorrotta, protetta dalle deturpazioni perfide del turismo. Cedendo volentieri alla gentile offerta dei Biondi Santi sono rimasto di stucco, come davanti ad un piccolo miracolo: al Greppo di Montalcino tutto ha del miracoloso, a partire dalla villa di rossi mattoni, rivestita di rampicanti e incorporata nell’azienda, e con le vigne che sono lì fuori, lì intorno in vista dell’immensità e delle lontananze della Val d’Orcia. Anche senza Alpi e anche senza mare, è un paesaggio che colpisce subito per la sua grandiosità. Vi si arriva, da Montalcino, per una lunga strada di terra, fiancheggiata da castagni, che è tutta un’altissima terrazza sul digradare dei vigneti e sulla vallata lontana”.
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