100 anni fa morì Soccorso Saloni

100 anni fa morì Soccorso SaloniC’è una via a ricordarlo, c’è uno stadio ad omaggiarlo. Soccorso Saloni è un pezzo di storia a Montalcino. Nacque nel 1895 a Lecce perché suo padre Giuseppe, carabiniere, era stato trasferito in Salento per motivi di lavoro.  “Soccorso”, fu chiamato, perché l’attaccamento alla città natale era così forte da scegliere come riferimento la Patrona di Montalcino, la Madonna del Soccorso. Saloni da ragazzo iniziò a lavorare come tipografo, per poi arruolarsi nel 1915 nel Settimo Reggimento Bersaglieri col quale partì per il fronte, dopo la dichiarazione di guerra all’Austria. Ottenne il grado di caporale, poi di sergente. Decorato con medaglia di bronzo, poi d’argento ed infine d’oro al valor militare, fu ferito ad un braccio nel giugno 1918 ma nonostante ciò continuò a combattere fino alla morte, provocata da una raffica di mitragliatrice. Adesso, a cent’anni dalla sua morte, Montalcino ha voluto ricordare Soccorso Saloni con una pubblicazione edita da Vanzi e curata dall’Associazione Nazionale Bersaglieri - Sezione Val d’Arbia.

Il volume ne ricorda la biografia, ma anche il contesto di guerra nel quale viveva l’Italia negli anni 1915-1918. E lo fa attraverso una serie di immagini a colori che riproducono le copertine originali del settimanale “La Domenica del Corriere”, le stesse che in quegli anni drammatici guardavano con stupore e curiosità i nostri nonni nei caffè e nelle osterie.

Questa l’introduzione del libro, a firma del sindaco di Montalcino Silvio Franceschelli:

“Soccorso Saloni, montalcinese anche se nato a Lecce, con orgoglio fin da ragazzo iniziò a lavorare come tipografo, ed è proprio qui che ha iniziato a forgiare la sua tempra. Nei momenti di maggiore pressione di lavoro, per un giovane operaio fare mezzanotte è abbastanza normale. Sport e svaghi, quasi nulla. Lavorava presto su macchine poco prodotte e spesso sostituiva l’operaio che passava a cose più importanti. Dentro la bottega esisteva una gerarchia ferrea. L’apprendista, assetato dalla necessità di fare esperienza, stava appresso a lui ed osservava i suoi movimenti. Alla sera, quando tornava tardi dal lavoro, la madre era ad attenderlo per fargli trovare qualcosa di caldo da mangiare. Quelli erano i momenti di maggiore confidenza, ed alle sue lamentele la madre usava rispondere: “Eh bambino, il padrone è il padrone. Noi siamo nati con questo destino, cosa ci puoi fare…”. Ma a Soccorso Saloni questo destino non andava bene, si arruolò il 1 febbraio 1915 allievo Sergente nel Settimo Reggimento Bersaglieri col quale partì per il fronte, dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, combattendo in Val di Ledro, ed ottenne i cannoni di Caporale nel luglio. Promosso Sergente nel gennaio 1916, durante la decima battaglia dell’Isonzo partecipò alle azioni svolte dal 23 al 27 maggio 1917 e fu decorato di medaglia di bronzo al valore per le superbe prove di coraggio dimostrate nel condurre all’attacco prima una squadra e poi un protone del nucleo Arditi reggimentali. Nel luglio dello stesso anno, a domanda, fu trasferito nella sezione lanciafiamme del XIX Battaglione d’assalto, con la quale, da ottobre, durante le tristi giornate di ripiegamento al Piave, dopo Caporetto, combattè valorosamente per contrastare i movimenti del nemico alla testa di ponte di Sagrato e proteggere le truppe della Terza Armata nell’ordinato passaggio del Tagliamento. Ferito all’inizio dell’offensiva austriaca del giugno 1918 lasciò volontariamente l’ospedaletto da campo ove era ricoverato e rientrò al reparto mentre ancora infuriava la lotta sul Montello, e alla testa della compagnia di Arditi, si lanciò decisamente all’assalto con la prima ondata e superò i reticolati. Ferito ad un braccio da pallottola di fucile non si fermò, ne rallentò la sua corsa, ma si scagliò ancora più avanti verso le seconde linee austriache, trascinando i suoi Arditi alla conquista delle posizioni raggiunte, e fu colpito da una raffica di mitragliatrice. Medaglia d’Oro al Valor militare concessa alla sua memoria con decreto del 23 maggio 1919 dettata dal comandante della Terza Armata il Duca d’Aosta, che così si espresse: allo squillo di battaglia ancora dolorante per una ferita, volontariamente usciva dall’ospedale e raggiungeva la prima linea. Alla testa della compagnia balzava all’attacco e, primo fra tutti, superava i reticolati avversari. Ferito ad un braccio si slanciava ancora avanti, finchè, colpito in pieno da una raffica cadeva, consacrando col suo purosangue d’eroe la posizione conquistata”.

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