xx

Tra “piacevolezze” e “belle arti” Montalcino all’epoca del Grand Tour

Una mappa del 1800, che illustra il “viaggio da Firenze a Roma”Un racconto di “piacevolezze” e “descrizioni di vari monumenti di belle arti”, arricchito di vedute, tra riti sociali, vita in villa, cerimonie pubbliche e religiose all’Abbazia di Sant’Antimo e nelle principali chiese della città, come le “lunghissime processioni” per la festa della Madonna del Soccorso; descrizioni minuziose delle opere dei più importanti artisti conservate nelle chiese e nelle abitazioni private che lo ospitavano, di una Fortezza che “ha veduta assai pittoresca” e di un Duomo che si raggiunge per strade ancora “campestri”; ma anche “pranzi lautissimi” con Monsignor  Giuseppe Pecci e Giacinto Pippi, “cioccolate in piazza dal Signor Santi” e in “casa del Cavalier Ciaja”, e curiosità come soirées a teatro in cui è invitato a suonare il “cimbalo”, o personaggi come “Monsieur Wiliams inglese di Galles” venuto a disegnare Argiano e Santa Restituta; senza dimenticare il fascino delle rovine degli antichi castelli e del “sublime orroroso” dei macigni delle cave di Castelnuovo dell’Abate che “minacciano la testa dell’osservante”. Ecco la Montalcino sul finire del Settecento e i primi Ottocento, tra Ancien Régime e Restaurazione, descritta dal letterato Ettore Romagnoli nei suoi “Piccoli viaggi” in compagnia di nobili senesi, religiosi e ospite di famiglie locali come i Pecci, Clementi, Santi, Faneschi, Placidi o i Pieri, per citarne alcune.
L’epoca è quella dei Grand Tour, quando i giovani rampolli europei avevano la possibilità di compiere un viaggio educativo - un Erasmus “ante litteram” - con meta prediletta l’Italia, e le sue città d’arte con le loro antichità, Roma, prima di tutto, Venezia, Verona, Firenze, Napoli e la Costiera Amalfitana, Pompei, Palermo, e non solo, sulle orme di intellettuali come Goethe e Lord Byron. Per raggiungerle percorrendo le antiche vie Cassia e Francigena, il passaggio per la Toscana era obbligato, e anche città come Siena e le bellezze dei loro territori saranno inserite negli itinerari.
Non possiamo omettere, per la fascinazione della narrazione, e per chiudere questo articolo, anche il racconto della grande scrittrice Virginia Woolf ci fa ricordare questo con il suo racconto (che qui vi riportiamo), sebbene molto più recentemente dei grandi viaggiatori sette-ottocenteschi.

L’artista scelta per il Premio Casato Prime Donne 2026? È la giovane studentessa ucraina Taiisia Makohon

La giovane artista ucraina Taisiia Makohon e la sua opera “Escamotage” Si chiama Taisiia Makohon, ha appena vent’anni e studia al Liceo Artistico Duccio di Buoninsegna di Siena. È nata a Kyiv nel 2006 e, dopo essere fuggita dalla guerra nel 2022, ha proseguito gli studi, iniziati in Ucraina, in Italia. Oggi vive a San Quirico d’Orcia. A lei il Premio Casato Prime Donne ha affidato l’interpretazione artistica del tema “Il sogno e/è la realtà”. “Taisiia riesce a trasformare in immagini idee, convinzioni e messaggi” hanno spiegato a Donatella Cinelli Colombini i suoi professori Giovanni Pala e Alessandra Ragionieri durante la scelta dell’artista a cui affidare l’opera del Premio 2026. Il risultato è “Escamotage”, un’opera che condensa il sentimento di una generazione costretta dalla guerra a lasciare la propria casa e i propri affetti. Il dipinto è ispirato alla Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix.

Premio Casato Prime Donne 2026: tra la speranza della scienza ed il trauma della guerra

Sandra Misale, le quattro giovani artiste della LAO e l’opera di Taisiia Makohon“La scienziata Sandra Misale e l’artista ucraina Taisiia Makohon interpretano da prospettive opposte il tema “Il sogno e/è la realtà”. È così che il Casato Prime Donne, attraverso una nota stampa, motiva il premio e la scelta dell’artista a cui affidare l’opera del Premio 2026. “Cerca ciò che accende la tua curiosità. Trovalo. Custodisci la gioia che nasce dal nutrirlo, giorno dopo giorno. È così che ciò che sembra impossibile diventa raggiungibile”. Questo, invece, è il messaggio di fiducia nel futuro scelto da Sandra Misale, vincitrice della XXV edizione del Premio Casato Prime Donne, che sarà consegnato sabato 19 settembre al Teatro degli Astrusi di Montalcino (Siena). “La scienziata - continuano dal Casato Prime Donne - fra le protagoniste della ricerca oncologica internazionale, dedica le sue parole soprattutto ai giovani e li invita a coltivare curiosità e sogni anche davanti a ciò che sembra impossibile”. Ma, accanto alla dedica della scienziata, quest’anno il Premio presenta anche un’opera che racconta la realtà da una prospettiva radicalmente diversa: si tratta di “Un Escamotage”, il dipinto realizzato dalla giovane artista ucraina Taisiia Makohon (classe 2006) che è fuggita dalla guerra nel 2022 e che rappresenta la seconda di due storie lontane, ma unite dallo stesso tema: “Il sogno e/è la realtà”. “Per Sandra Misale il sogno è la spinta a superare i limiti della conoscenza - spiegano dal Casato Prime Donne - per Taisiia Makohon può diventare invece uno spazio di fuga dalla realtà”.
41 anni, originaria di Palmi, in Calabria, Sandra Misale vive e lavora negli Stati Uniti, dove è alla guida del Misale Lab della Johns Hopkins University di Baltimora. Biotecnologa molecolare, dopo la formazione in Italia ha lavorato in alcuni dei più importanti centri mondiali per la ricerca oncologica, fra cui Harvard Medical School e Memorial Sloan Kettering Cancer Center. Al centro dei suoi studi ci sono le mutazioni del gene KRAS, coinvolte in alcuni dei tumori più aggressivi, tra cui quelli del pancreas, del polmone e del colon. Un campo di ricerca considerato per anni quasi impossibile da affrontare e nel quale gli studi condotti da Misale e dal suo team hanno contribuito a comprendere meglio il funzionamento delle nuove terapie e i meccanismi per renderle più efficaci e durature. “Se oggi i malati di cancro al pancreas, al polmone o al colon possono sperare è anche grazie a lei” sottolinea Donatella Cinelli Colombini, presidente del Premio. La scelta di Sandra Misale interpreta pienamente lo spirito del Premio nato per valorizzare figure femminili capaci di rappresentare un modello positivo di cambiamento, competenza e innovazione. La giuria è presieduta da Donatella Cinelli Colombini ed è composta da Rosy Bindi, Anselma Dell’Olio, Anna Pesenti, Stefania Rossini, Anna Scafuri e Daniela Viglione.
Poi c’è Taisiia Makohon, che ha appena vent’anni e studia al Liceo Artistico Duccio di Buoninsegna di Siena: nata a Kyiv nel 2006 in una famiglia di artisti e, dopo essere fuggita dalla guerra nel 2022, ha proseguito gli studi prima in Ucraina e poi in Italia. Oggi vive a San Quirico d’Orcia. A lei il Premio Casato Prime Donne ha affidato l’interpretazione artistica del tema “Il sogno e/è la realtà”. “Taisiia riesce a trasformare in immagini idee, convinzioni e messaggi” hanno spiegato a Donatella Cinelli Colombini i suoi professori Giovanni Pala e Alessandra Ragionieri durante la scelta dell’artista a cui affidare l’opera del Premio 2026. Il risultato è Un Escamotage, un’opera che condensa il sentimento di una generazione costretta dalla guerra a lasciare la propria casa, gli affetti e la propria giovinezza. Il dipinto è ispirato alla celebre Libertà che guida il popolo di Eugène Delacroix. Al centro ci sono due figure che si muovono in direzioni opposte: una bambina, che rappresenta la stessa Taisiia, e una figura femminile alata, simbolo della libertà. Il titolo, Un Escamotage richiama l’idea di “un trucco”, di “uno stratagemma”. L’opera racconta quindi il contrasto tra sogno e realtà, mostrando come l’immaginazione possa diventare una fuga dalla tragedia della guerra. L’opera, realizzata su un pannello in dibond applicato a una parete azzurro scuro all’esterno del Casato Prime Donne a Montalcino, accompagna la dedica della Prima Donna 2026.
Ma la cerimonia vedrà protagonisti anche Francesca Ciancio e Andrea Cuomo, premiati per la capacità di raccontare Montalcino, il Brunello e il territorio. A Francesca Ciancio va il riconoscimento sul tema “Io e Montalcino” per l’articolo Montalcino oltre il Brunello, pubblicato su Wine and Travel. Ad Andrea Cuomo, inviato de Il Giornale, viene assegnato invece il Premio Consorzio del Brunello, consegnato dal presidente Giacomo Bartolommei, per l’articolo Brunello di Montalcino, l’annata 2021 è fragrante, definita e verticale, pubblicato su IlGiornale.it.
Accanto ai riconoscimenti principali, poi, torna l’incubatore di giovani talenti, nato dopo la pandemia con l'obiettivo di offrire visibilità, occasioni di crescita e nuovi stimoli alle giovani generazioni. Nell'edizione 2026 coinvolge 9 giovani talenti e 4 studenti. Tre borse di studio saranno destinate ai migliori studenti della Summer Academy dell’Accademia Musicale Chigiana, che nel 2026 ha ricevuto oltre 850 domande e accolto 335 allievi provenienti da 45 Paesi. Il Premio sostiene inoltre quattro giovani artiste della LAO – Le Arti Orafe Jewellery School di Firenze, chiamate a interpretare attraverso il gioiello il tema dell'edizione 2026, “Il sogno e/è la realtà”. Le opere realizzate sono state esposte a PREZIOSA – Florence Jewellery Week. I 4 migliori studenti del Liceo Linguistico Lambruschini e dell’Istituto Agrario Ricasoli di Montalcino riceveranno mini borse di studio per frequentare gratuitamente corsi sul “Luxury Wine” e la “Transizione ecologica”. A concludere la festa sarà infine la torta dedicata alla Prima Donna 2026, realizzata dalla ventenne Alessandra Pinto, studentessa della Scuola Tessieri di Alta Cucina e Pasticceria, insieme ai pastry chef Francesca Benedettelli e Fabio Centoni.
La cerimonia del 19 settembre diventa così non soltanto il momento della premiazione, ma l'incontro fra mondi diversi – scienza, giornalismo, arte, musica, formazione ed enogastronomia – accomunati dalla capacità di trasformare talento, curiosità e competenza in strumenti per costruire il futuro. Da una parte la ricerca scientifica che sfida ciò che per anni è sembrato impossibile; dall’altra l’arte di una giovane donna che ha dovuto confrontarsi troppo presto con la tragedia della guerra. È in questo dialogo fra sogno e realtà che il Premio Casato Prime Donne celebra la sua XXV edizione.
Il Premio Casato Prime Donne, infatti, nasce nel 1999 grazie alla giornalista RAI Ilda Bartoloni che ridisegnò il Premio Barbi Colombini creato 18 anni prima da Francesca Colombini. Il cuore della nuova iniziativa è la scelta di una “Prime Donna”, una personalità capace di essere di esempio e di stimolo all’universo femminile nel suo cammino verso la parità di genere. Nei suoi primi 25 anni di vita il Premio Casato Prime Donne ha contribuito alla fama di Montalcino valorizzando i migliori articoli, servizi radiotelevisivi e scatti fotografici sul territorio, le persone e soprattutto il Brunello. Dopo l’interruzione causata dal Covid, il Premio ha inaugurato un incubatore di talenti giovanili finalizzato a stimolare studenti di grandi capacità affinché siano di stimolo alla comunità in cui vivono e operano. Il Premio fa parte di un progetto più articolato che comprende la cantina Casato Prime Donne, prima in Italia con un organico interamente femminile, il Brunello Prime Donne scelto da un panel di 4 degustatrici internazionali e dedicato alle wine lover donne. Infine il percorso delle Prime Donne nei vigneti e nella cantina del Casato Prime Donne. Si tratta di un itinerario meditativo lungo il quale ci sono le dediche delle vincitrici affiancate da installazioni artistiche.

 

Focus: Le “Prime Donne” Vincitrici dall’edizione 2025 a quella del 2000

2025 Darya Majidi - Imprenditrice tecnologica, Presidente di UN Women Italy

2024 Maria Canabal – Parabere Forum

2022 Elena Testi – Inviata

2019 Alessandra Paola Ghisleri – Sondaggista e politologa

2018 Sara Gama – Calciatrice

2017 Federica Bertocchini – Biologa molecolare

2016 Chaimaa Fatihi – Attivista per la pace

2015 Giuseppina Maria Nicolini – Sindaco di Lampedusa e Linosa

2014 Sandra Savaglio – Astrofisica

2013 Linda Laura Sabbadini – Direttore del dipartimento di statistiche sociali e ambientali dell’ISTAT

2012 Maria Carmela Lanzetta- Sindaco di Monasterace

2011 Carla Fendi- Stilista di moda e mecenate della cultura

2010 Samantha Cristoforetti – Astronauta

2009 Ilaria Capua – Virologa

2008 Josefa Idem – Atleta

2007 Frances Mayes – Scrittrice

2006 Volontarie del Telefono Rosa

2005 Congregazione delle Missionarie del S. Cuore di Gesù

2004 Kerry Kennedy – Attivista dei diritti umani

2003 Carla Fracci – Étoile della danza

2002 Marta Morazzoni – Scrittrice

2001 Paola Capriolo – Scrittrice

2000 Francesca Sanvitale – Scrittrice

La fabbrica Crocchi di Torrenieri: un secolo di industria nel cuore del Brunello

Una cartolina d’epoca dello stabilimento Crocchi, fondato a Torrenieri nel 1878Nel Comune di Montalcino, terra universalmente nota per il Brunello e per i paesaggi della Val d’Orcia, esiste un’altra storia, meno celebrata eppure fondamentale per capire il Novecento locale. È la storia della fabbrica Crocchi di Torrenieri: una fornace e uno stabilimento chimico-industriale che, per più di un secolo, ha dato lavoro a centinaia di persone e ha trasformato una piccola frazione sulla Via Francigena in uno dei poli produttivi della provincia di Siena. E che - con il patrocinio del Comune di Montalcino, della Pro Loco Torrenieri e della Biblioteca Arci di Torrenieri, il 12 Settembre 2026 (ore 18.15) a Palazzo Ballati (Posta Vecchia), a Torrenieri - sarà raccontata nella presentazione del volume “La famiglia Crocchi a Torrenieri. Imprenditoria e socialità 1878-1970” (Betti Editore, Siena, 2026) di Gabriele Maccianti (interverranno Silvio Franceschelli, Sindaco di Montalcino, Roberto Barzanti, già Eurodeputato e Sindaco di Siena, Gabriele Maccianti, Autore, e Guido e Bruno Crocchi; coordina Bruno Giorgi). Oggi quei capannoni, noti ancora agli abitanti come “la Sils Poroton”, sono dismessi. Ma la loro vicenda - dalla nascita nel 1878 alla crisi degli anni Novanta, fino ai tentativi di rinascita degli ultimi anni - racconta il passaggio da un’economia agricola ad una stagione industriale, e poi il difficile ripensamento di un patrimonio abbandonato.
Torrenieri sorge a nove chilometri da Montalcino, a 302 metri sul livello del mare, sulla sponda destra del torrente Asso. Il borgo ha origini altomedievali: il castello di Turris Nerii è documentato tra IX e X secolo lungo la Via Francigena, citato già nell’itinerario dell’arcivescovo Sigerico di Canterbury nel 990 e ricordato dal Boccaccio nel “Decameron”. Dopo secoli di vicende militari e amministrative, con la riforma leopoldina del 1777 divenne frazione di Montalcino. La svolta moderna arrivò con la ferrovia. La stazione di Torrenieri fu inaugurata nel 1865 sulla linea Asciano-Monte Antico e restò capolinea fino al 1872, quando il tracciato fu prolungato verso Grosseto. Quella infrastruttura cambiò il destino del paese: non più solo tappa di pellegrini e viaggiatori, ma nodo di trasporto merci. Fu proprio grazie a quel collegamento che, nel 1878, si insediò lo stabilimento della famiglia Crocchi, originaria del luogo.
Lo stabilimento Crocchi non nacque già come fornace. Il primo ciclo produttivo riguardò l’estrazione dell’olio. Solo in seguito l’azienda si specializzò nella produzione di laterizi, sfruttando le argille del territorio e la possibilità di cuocere i mattoni in grandi forni. Infine arrivò la produzione di solfuro di carbonio, commercializzato con il nome “Tiopren”, ottenuto da zolfo insolubile. Si trattava, secondo le fonti locali, del primo impianto moderno a storte in acciaio costruito in Italia su brevetto tedesco.
Quella combinazione - oleificio, fornace e chimica - rese Torrenieri uno dei centri produttivi più rilevanti della provincia. I laterizi e gli altri materiali venivano in parte spediti proprio tramite la ferrovia vicina allo stabilimento. Per decenni la fabbrica impiegò operai non solo di Torrenieri, ma anche di Montalcino e dei paesi circostanti. Alcune ricostruzioni parlano di oltre duecento posti di lavoro nel periodo di maggiore attività.
Un prospetto di come potrebbe diventare l'area della fabbrica Crocchi a TorrenieriLo stabilimento era imponente. Occupava capannoni per 18.000 metri quadrati su un’area di oltre 6 ettari, in una zona industriale poco distante dal centro abitato. La disposizione interna, ricostruita dalla memoria locale e dalla tesi dell’architetta Martina Saladini, era articolata: due capannoni per i meccanici che riparavano i macchinari, uno per lo stoccaggio della terra, il grande forno per la cottura dei mattoni, e un edificio a due piani con spogliatoi al piano terra e uffici della direzione al primo. Nel tempo l’azienda cambiò ragione sociale più volte: Sils, Silston e Sils Paroton. Gli abitanti, però, hanno continuato a chiamarla semplicemente Silston.
Agli inizi degli Anni Novanta del Novecento lo stabilimento entrò in crisi. Fu ceduto ad una società con sede a Bari, che poco dopo finì in amministrazione controllata e quindi in fallimento. Il complesso restò per anni oggetto di procedure giudiziarie, mentre gli edifici si deterioravano. Accanto alla Crocchi, anche altre realtà della zona industriale di Torrenieri - come le Ceramiche Senesi e la Sipi .- chiusero, lasciando un paesaggio di capannoni vuoti.
La stazione ferroviaria, che aveva reso possibile lo sviluppo industriale, fu chiusa al servizio ordinario il 27 settembre 1994. Da allora è utilizzata soprattutto per il Trenonatura e per la Festa del Treno, che ogni maggio richiama l’attenzione sulla storia del borgo.
Nel 2020 Martina Saladini, architetta nata e cresciuta a Torrenieri, si laureò con una tesi dedicata proprio alla fabbrica Crocchi. L’elaborato ricostruiva la storia dello stabilimento - dall’estrazione dell’argilla alla cottura - e proponeva un progetto di riuso conservativo. L’idea era demolire il meno possibile, mantenere i due corpi principali (quello degli Anni Venti e quello degli Anni Novanta) e ricavare spazi pubblici di cui il paese è povero: ristoranti, cooking class, un’area espositiva sulla storia della struttura, una piccola palestra, una piscina comunale, zone per mercato, arte e sport.
“La fabbrica l’ho avuta sotto gli occhi sin da quando ero bambina e mi ha sempre affascinato” ha raccontato Saladini a MontalcinoNews. Il progetto venne presentato nel maggio 2022 durante la festa del treno “Prossima Stazione… Torrenieri”. Non era un piano esecutivo, ma un gesto culturale importante: riportava al centro un patrimonio industriale che rischiava di sparire dalla memoria collettiva.
Nell’agosto 2022 il Tribunale di Bari ha aggiudicato l’asta dello stabilimento, per poco più di 400.000 euro, ad un imprenditore lucano. Fonti locali indicano Donato Pacella come acquirente. L’area complessiva da riqualificare supera i 60.000 metri quadrati.
Le ipotesi di riuso si sono intrecciate. L’amministrazione comunale, guidata dal sindaco Silvio Franceschelli, ha parlato di recupero con aree a verde pubblico e di un possibile polo logistico, abbandonando vecchie ipotesi residenziali. Il nuovo proprietario, secondo un articolo degli studenti della scuola secondaria di Montalcino, avrebbe valutato pannelli fotovoltaici sui tetti e, in alcuni capannoni, macchinari per la produzione di idrogeno. Altre destinazioni restavano ancora in definizione.
A quattro anni dall’asta, il sito resta un cantiere aperto più nelle intenzioni che nella realtà visibile: un grande contenitore in attesa di un progetto capace di tenere insieme memoria, economia e paesaggio.
La fabbrica Crocchi, ex fornace di lateriziLa fabbrica Crocchi non è un monumento da cartolina. È un pezzo di storia sociale di Montalcino che il vino, da solo, non racconta. In un territorio oggi percepito come esclusivamente enologico e paesaggistico, Torrenieri ricorda che qui ci sono stati operai, forni, treni merci, turni di lavoro e una chimica pionieristica.
Il contrasto è evidente: a pochi chilometri dalle vigne del Brunello sopravvive un’archeologia industriale fatta di capannoni, forni e binari. Recuperarla non significa soltanto “riempire un vuoto”, ma decidere che tipo di frazione si vuole. Un deposito logistico, un polo energetico, un centro civico o un ibrido tra queste cose: tutte le strade sono possibili, ma nessuna è neutra.
La lezione della Crocchi è semplice e attuale. Lo sviluppo di un territorio non è solo ciò che si mette in etichetta. È anche ciò che si lascia in piedi, o che si lascia cadere, quando un’epoca produttiva finisce. A Torrenieri quella decisione è ancora aperta.​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​​

“The World’s 50 Best Hotels”: Castiglion del Bosco si piazza al n. 62 e porta Montalcino nell’olimpo dell’hotellerie mondiale

Castiglion del Bosco, a Rosewood Hotel (foto dalla galleria sul sito della struttura)Castiglion del Bosco porta, ancora una volta, Montalcino nell’olimpo dell’hotellerie mondiale: lo splendido hotel del gruppo Rosewood Hotels (già nominato, a luglio, miglior hotel d’Europa dalla rivista “Travel + Leisure” e presente anche nella top 50 della classifica de “La Liste Hotels” 2026) ed ampia proprietà, con 42 suite, 11 ville private, l’unico golf club privato d’Italia, oltre che alla storica cantina Castiglion del Bosco con i vigneti di Brunello di Montalcino, e che vanta anche il ristorante bistellato Campo del Drago, si è piazzato al n. 62 della “The World’s 50 Best Hotels”. La classifica ha rivelato le posizioni dalla 51 alla 100, in attesa di conoscere le prime 50, che saranno svelate il 15 settembre a Parigi. 9 in tutto gli italiani in classifica, ad oggi, visto che oltre a Castiglion del Bosco sono presenti, per lo Stivale, anche il San Pietro e il Villa Treville di Positano, Borgo Santandrea ad Amalfi, sulla Costiera Amalfitana, lo Splendido del gruppo Belmond a Portofino, l’Orient Express La Minerva, nel cuore di Roma, il Forestis Dolomites di Bressanone, Borgo Egnazia, a Savelletri, in Puglia, e il Reschio a Lisciano Niccone, in Umbria.

 

Focus - Le posizioni da 51 a 100 della “The World’s 50 Best Hotels” 2026

51 - La Réserve Paris - Paris
52 - Janu Tokyo - Tokyo
53 - Park Hyatt Tokyo - Tokyo
54 - Palacio Nazarenas - Cusco
55 - Soneva Fushi - Maldives
56 - Rosewood London - London
57 - Hotel Bel-Air - Los Angeles
58 - Il San Pietro di Positano - Positano
59 - Mandarin Oriental Hong Kong - Hong Kong
60 - Splendido - Portofino
61 - Mandapa - Bali
62 - Castiglion del Bosco - Montalcino
63 - Sofitel Legend Casco Viejo - Panama City
64 - Hotel Esencia - Tulum
65 - The Beverly Hills Hotel - Los Angeles
66 - Orient Express La Minerva - Roma
67 - Montage Los Cabos - Cabo San Lucas
68 - Forestis Dolomites - Bressanone
69 - The Okura Tokyo - Tokyo
70 - Rosewood Bangkok - Bangkok
71 - Amangalla - Galle
72 - Ritz Paris - Paris
73 - Palace Hotel Tokyo - Tokyo
74 - Four Seasons Tamarindo - La Manzanilla
75 - La Mamounia - Marrakech
76 - Maçakızı - Bodrum
77 - Hotel das Cataratas - Iguassu Falls
78 - The Fifth Avenue Hotel - New York
79 - Hotel The Mitsui - Kyoto
80 - Carlton Cannes - Cannes
81 - Capella Hanoi - Hanoi
82 - Huka Lodge - Taupō
83 - The Calile - Brisbane
84 - Borgo Santandrea - Amalfi
85 - Hoshinoya Tokyo - Tokyo
86 - Four Seasons Hong Kong - Hong Kong
87 - Aman New York - New York
88 - Borgo Egnazia - Savelletri
89 - Waldorf Astoria Osaka - Osaka
90 - Mandarin Oriental Shenzhen - Shenzhen
91 - Villa Treville - Positano
92 - The Greenwich Hotel - New York
93 - The Maybourne Riviera - Roquebrune-Cap-Martin
94 - The Johri - Jaipur
95 - Reschio - Lisciano Niccone
96 - Wynn Palace - Macau
97 - Capella Singapore - Singapore
98 - The Oberoi Udaivilas - Udaipur
99 - The Peninsula Shanghai - Shanghai
100 - Gleneagles - Auchterarder

Il contributo di Montalcino allo studio della storia agraria internazionale

Il Laboratorio Internazionale di Storia Agraria 2026 (edizione n. 27)Dalle trasformazioni delle colture all’evoluzione del paesaggio, dalle tecniche di produzione alle politiche per l’agricoltura, dalla coltivazione della vite e del vino a quella dei cereali e del pane, dai contratti agrari ai conflitti tra contadini e signori, dall’autoconsumo al mercato delle campagne, dai beni comuni a boschi e incolti, dall’alimentazione alle materie prime - tema 2026 - sono solo alcuni degli argomenti dei quali, negli ultimi 30 anni, i maggiori studiosi italiani e non solo della storia agraria si sono confrontati a Montalcino.
Il Laboratorio Internazionale di Storia Agraria 2026 (edizione n. 27)Lo hanno fatto grazie al Laboratorio Internazionale di Storia Agraria promosso dal Cesscalc-Centro di Studi per la Storia delle Campagne e del Lavoro Contadino, guidato dallo storico Massimo Montanari e punto di riferimento europeo, la cui edizione n. 27 si è appena conclusa, che ha contribuito a portare avanti studi e ricerche sull’evoluzione dell’agricoltura, del lavoro nei campi e delle comunità rurali nel tempo, filone fondamentale della storia italiana.
Il Laboratorio Internazionale di Storia Agraria 2026 (edizione n. 27)Agricoltura italiana della quale il territorio di Montalcino rappresenta uno dei capisaldi del nostro Paese, come ribadito da Alfio Cortonesi, direttore del Comitato Scientifico, che ha presentato il progetto storico-archeologico di ricerca sull’Abbazia di Sant’Antimo, diretto da Giovanna Bianchi e Stefano Campana, al quale contribuisce con Mario Marrocchi.

Affresco trecentesco di vita agraria, nella Chiesa di Sant’AgostinoCortonesi che, come spiega in una intervista di MontalcinoNews, sta lavorando anche ad una raccolta dei suoi saggi sulla Montalcino medievale, con un interesse prevalente per la storia agraria, ma anche demografica e generale del territorio, per varietà di colture e biodiversità, e per il rapporto dell’uomo con il paesaggio, e non solo, ben prima della nascita e della “fortuna” del Brunello.

Il Laboratorio Internazionale di Storia Agraria 2026 (edizione n. 27)Un territorio, quello di Montalcino, per il quale, questo “simposio” di studi e studiosi (con il sostegno, tra gli altri, anche della MontalcinoNews, ndr), rappresenta, certamente, un momento culturalmente e intellettualmente alto in cui meditare sul passato, sul presente e sul futuro.

Il Laboratorio Internazionale di Storia Agraria 2026 (edizione n. 27)Studiosi come Maria Elena Cortese dell’Università di Bologna, tra le più apprezzate studiose della storia della società rurale italiana nel Medioevo, prima donna a ricevere il “Premio Città di Montalcino”, assegnato per la sezione “Giovani” ad Antonio Antonetti dell’Università del Molise, e andato negli anni a nomi come Zeffiro Ciuffoletti e Rossano Pazzagli, da Sandro Carocci a Mauro Ambrosoli, da Giovanni Cherubini a Franco Cazzola, da Corrado Barberis a Jean Marie Martin, da Alberto Maria Cirese a Saverio Russo, da Bert Treffers ad Ermanno Olmi, solo per citarne alcuni.

Consorzio Brunello: vendemmia 2026 anticipata, ma “qualità elevata, vigneti in salute e volumi in linea con 2025”

Istantanea del momento del taglio di un grappolo d’uva“Qualità elevata, vigneti in salute e volumi attesi in linea o leggermente inferiori rispetto all’anno scorso”: ecco le prime indicazioni condivise dal Consorzio del Brunello di Montalcino attraverso una nota stampa sulla vendemmia 2026, che, fatte alcune, poche, eccezioni, per larga parte delle aziende inizierà da lunedì 7 settembre, con almeno una settimana di anticipo, quindi, rispetto alla vendemmia dell’anno scorso (vendemmia 2026 della quale, MontalcinoNews, ha già ampliamente scritto nei giorni scorsi: dai primi grappoli di Sangiovese raccolti a Montalcino, seppur non per il Brunello, ad un primo commento sul tema del presidente del Consorzio, Giacomo Bartolommei, fino all’inizio della raccolta, ieri, nei vigneti nella parte più settentrionale di Montalcino, dell’azienda Tiezzi, ndr).
“Ad oggi, secondo la ricognizione sui vigneti campionati su tutto il territorio dal modello Brunello Forma (il progetto dell’ente consortile che dal 2024 oltre alla valutazione dell’annate monitora l’interazione tra vitigno, clima e vino) - prosegue la nota - le vigne si presentano in uno stato fitosanitario molto positivo. Un’annata che ha registrato temperature elevate per il Sangiovese di Montalcino, pur disponendo di acqua nelle finestre decisive del proprio ciclo fisiologico. L’invaiatura precoce, registrata già a metà luglio, si è tradotta in un analogo anticipo della maturazione e le uve stanno proseguendo regolarmente il proprio percorso verso la raccolta. La vendemmia nei diversi areali di Montalcino dovrebbe protrarsi per circa tre settimane”.
“Il vigneto di Montalcino si presenta all’appuntamento vendemmiale in ottima salute - commenta, infine, il presidente del Consorzio del Brunello di Montalcino, Giacomo Bartolommei - ci aspettiamo, al netto di possibili fenomeni meteorologici imprevedibili, volumi in linea o leggermente più contenuti a fronte di un livello qualitativo molto elevato. Da vent’anni il Consorzio adotta una politica di riduzione delle rese con l’obiettivo prioritario di preservare l’alto posizionamento della denominazione. Una scelta che, nell’attuale fase di mercato, assume un valore ancora più strategico per salvaguardare la sostenibilità economica delle imprese e per contenere le giacenze”.

Brunello di Montalcino, da oggi è partita la vendemmia

Monica Tiezzi e la precoce vendemmia del Brunello nel vigneto di Poggio CerrinoSotto uno splendido sole, da stamattina, si colgono i primi grappoli di Brunello di Montalcino: una vendemmia precoce come abbiamo già detto qui, e nel vigneto del cru storico dell’azienda Tiezzi, Vigna Poggio Cerrino, Monica Tiezzi, alla MontalcinoNews, racconta: “oggi abbiamo iniziato con le nostre vigne a nord di Montalcino, la vigna vecchia, vigna Poggio Cerrino, è arrivato il momento. L’uva è bella, è sana, è croccante, il peduncolo è bello rosa, è profumata, ha tanto colore e anche il grado potenziale c’è, quindi è arrivato il momento di una bella vendemmia, sicuramente anticipata, ma siamo molto felici di portare dentro l’uva. Iniziamo da là, poi vedremo come procederemo nelle altre nostre vigne, in alto siamo un po’ più indietro, ma a nord siamo al momento perfetto: è l’ora di portare a casa l’uva”.

La contessa (Ersilia Caetani Lovatelli) e il poeta (Giosuè Carducci), una storia di letteratura e vino a Montalcino

Veduta aerea della Villa di ArgianoNon è certo da tutti poter vantare una citazione tanto illustre e che per di più è il frutto di un apprezzamento in versi da parte di uno dei più grandi poeti, il primo italiano a vincere il Premio Nobel per la Letteratura, nel 1906. Se i vini di Montalcino possono farlo, il merito è di una donna d’altri tempi, fuori dal comune (ma, in qualche modo, presente, visto che può capitare di vedere spesso - anche in questi giorni, ad esempio - i suoi parenti discendenti, anche giovanissimi, passeggiare per Montalcino o fermarsi al Caffè, ndr). “Mi tersi con il vin d’Argiano, il quale è buono tanto”, sono le parole che, nel 1886, Giosuè Carducci scriveva in una lettera indirizzata alla contessa Ersilia Caetani Lovatelli, proprietaria all’epoca della storica cantina di Argiano, villa rinascimentale tra i vigneti di Brunello costruita su progetto di Baldassarre Peruzzi, uno dei più grandi architetti di tutti i tempi, da sempre appartenuta a nobili famiglie come i Pecci che ne furono i committenti nel Cinquecento, e che rappresenta da sempre un unicum nel territorio di Montalcino.
Proprio come Ersilia: nota per la sua grande cultura, sfidò le convenzioni del tempo, secondo cui le donne non potevano studiare, e si dedicò all’archeologia. Imparò greco, latino e sanscrito, scrisse libri e pubblicazioni, e fu la prima donna ad entrare all’Accademia Italiana dei Lincei nel 1879, divenendo membro delle più prestigiose accademie come quella della Crusca, insignita della Laurea Honoris Causa dall’Università di Halle.
Già nota nel Seicento a partire dalla costruzione della cantina, è proprio nell’Ottocento che, grazie alla contessa, la produzione dei vini di Argiano inizia a farsi apprezzare anche all’estero, e la Villa diviene un salotto letterario ospitando alcuni tra i più importanti poeti italiani, come il Carducci. Ma tra l’“intellighenzia” dell’epoca con cui Ersilia era in contatto, tra gli altri, vi erano anche il Vate Gabriele D’Annunzio e lo scrittore e filosofo francese Émile Zola.

La bellezza di Sant’Antimo, il “gigante spirituale” in un “angolo di Francia” tra i vigneti di Brunello

L’Abbazia di Sant’Antimo ed i suoi vignetiPer comprendere come un “tempio monumentale” possa esser testimone di secoli di storia del suo territorio, bisogna recarsi almeno una volta nella vita all’Abbazia di Sant’Antimo, gioiello del Romanico in Toscana, di ispirazione francese e lombarda, immerso nella bellezza e nel silenzio della valle del torrente Starcia, tra i vigneti del Brunello di Montalcino. Una delle sue caratteristiche è l’esser costruita con una pietra travertinosa con venature di alabastro delle vicine cave di Castelnuovo dell’Abate, capace di riflettere luci e colori della campagna circostante. Un pellegrinaggio religioso, mistico e culturale, come lo era nel Medioevo quello dei pellegrini che dall’Europa Occidentale (e, in particolare, dalla Francia) percorrevano la Via Francigena, forse sorprendendosi, allora come oggi, di fronte alla sua bellezza. Tanto da domandarsi se questa sia la Toscana o un angolo tra i più belli di Francia.
Interno dell’Abbazia di Sant’AntimoMa del resto, i legami con la Francia sono all’origine della sua leggenda, secondo la quale fu fondata nell’800 da Carlo Magno che, di ritorno da Roma, per porre fine alla pestilenza che decimava il suo esercito in Val d’Orcia, fece voto di costruire un’abbazia con le reliquie dei Santi Antimo e Sebastiano ricevute dal Papa. Se è ancora possibile ammirare i resti dell’architettura carolingia, la prima menzione dell’abbazia è un privilegio dell’814 di Ludovico il Pio che fece degli abati, col titolo di Conti del Sacro Romano Impero, dei potenti feudatari, con possedimenti da Siena fino in Maremma, Firenze, Pistoia e non solo.
Alcune bellissime decorazioni dell’Abbazia di Sant’AntimoL’attuale chiesa risale al 1118, e nella sua particolarissima decorazione spicca un capitello con “Daniele nella fossa dei leoni” del francese Maestro di Cabestany. Entrato in contrasto con Siena, il monastero benedettino cominciò a decadere, fino alla soppressione nel 1462 da parte di Papa Pio II Piccolomini, e l’ingresso nella nuova Diocesi di Montalcino e Pienza. E, forse, non è un caso se, dopo varie vicissitudini, a farlo rinascere alla fine degli Anni Settanta del Novecento, sia stata una comunità di Premostratensi francesi.
L’Abbazia di Sant’AntimoOggi, c’è una Comunità di quattro suore della Congregazione di San Giovanni Battista che ne assicurano la vita religiosa di Sant’Antimo, indispensabile per questa antica e storica Abbazia che regna sulla Valle dello Starcia e sul destino degli abitanti delle campagne di Montalcino, sempre affaccendate come si capisce anche dalla camminata svelta con la quale percorrono il lungo e bellissimo viale che conduce all’Abbazia (come il frate di “Un piccolo monastero in Toscana”, il film-doc capolavoro del regista georgiano Otar Iosseliani del lontano 1988).
L’Abbazia di Sant’AntimoSuore che, anche in passato, hanno significato molto per le diverse generazioni del territorio del Brunello di Montalcino, quelle cresciute tra la scuola, la piazza e la chiesa, portando non solo la fede, ma anche formazione e cultura.

Back to top